sabato 28 settembre 2013

Martha

di Rainer Werner Fassbinder

con: Margit Carstensen, Karlheinz Bohm, Barbara Valentin, Peter Chatel, Gisela Fackeldey, Gunter Lamprecht, Kurt Raab.

Drammatico/Thriller

Germania (1974)













Che cos'è che rende un autore davvero grande? Lo stile? I temi a lui cari? Non solo: non è l'unicità di questi elementi a sancirne la grandezza, visto che si tratta di elementi necessari per la stessa definizione di "autore"; la grandezza, semmai, risiede nel saper declinare temi, storie, psicologie ed ossessioni in modo sempre nuovo, o quanto meno non identico a quanto già fatto; da questo punto di vista, Rainer Werner Fassbinder può e deve essere considerato come un grande autore; per rendersene conto occorre scandagliare gli angoli più oscuri della sua filmografia, nel quale compaiono pellicole spesso ignote persino ai fans più irriducibili del regista; tra queste "Martha", film per la televisione realizzato nel 1974, permette di cogliere appieno il talento di Fassbinder, sopratutto se visto in prospettiva con i suoi lavori futuri.


Matha (Margit Carstensen) è una donna non più giovanissima, ma ancora nubile; durante una vacanza in Italia assieme al padre, Martha conosce Helmut (Karlheinz Bohm), dignitario dell'ambasciata tedesca dotato di un fascino magnetico che colpisce subito la donna; tornata in Germania, Martha viene colpita dal lutto del padre; rimasta sola, intraprende una torbida relazione con Helmut, che si rivelerà come un amante ben poco umano.


Basandosi su un racconto noir di Cornell Woolrich. Fassbinder torna a declinare la sua ossessione più celebre: l'amore come atto di possessione e sottomissione; questa volta unisce il registro del melò con quello del thriller, con risultati affascinanti; l'autore crea un'atmosfera spietata ed ipnotica attorno ai personaggi: il destino che li lega viene esplicitato nel loro primo incontro con uno splendido movimento di macchina che ne cinge in cammini; il dominio di Helmut viene rappresentato da Fassbinder, nella seconda parte, con un registro da kammerspiel asfissiante, reso ancora più claustrofobico dalla proverbiale profondità di campo delle sue inquadrature, che spaccano ogni spazio ed ogni angolo della casa per racchiudervi dentro la protagonista, come stratta in una morsa invisibile; chiuso in unica location, l'autore trasforma la vita di coppia dei due sposini in uno spietato gioco del gatto con il topo, dove i ruoli di vittima e carnefice sono definiti ed immutabili; la sottomissione di Matha al sadismo del compagno è incotrovertibile, quasi determinata in modo sacro da quel loro primo, fatale, incontro; l'amore diviene così prigionia, sottomissione sadica e totale subordinata al diletto del più forte; ogni forma di pietà viene eliminata; tuttavia, quella di Helmut è si una devianza, ma pur sempre una forma di unione ed attrazione resa infausta dalla natura intima dell'uomo; e Karlheinz Bohm risulta semplicemente perfetto nel ruolo del sadico marito: freddo, insensibile e marziale in ogni gesto, riesce davvero ad incutere un timore vivo e pulsante mediante un'interpretazione controllata ed efficacissima, perfettamente speculare a quella viva e pulsante usata per dar vita al Mark Lewis dello splendido "L'Occhio che Uccide" (1969).


La cattiveria, qui, non è mirata alla semplice distruzione dell'individuo, quanto al dominio: rispetto al successivo "Il Diritto del più Forte" (1975), il "più forte" vuole solo imbrigliare il partner, non risucchiarne la vita; Martha è vittima per natura non solo in quanto donna, ma sopratutto in quanto individuo solo e privo d'esperienza, qualità che Fassbinder esalta soffermandosi sulla fisicità acerba di Margit Carstensen; la deriva fisica viene qui sostituita da quella mentale: la psiche del personaggio viene piano piano annientata da Helmut, che alla fine la conduce ad uno stato di pazzia che prelude non tanto alla distruzione fisica (presente, ma puramente circostanziale), quanto a quella psicologica, che si sostanzia nel totale annichilimento dell'identità (come avverrà nel successivo capolavoro "Berlin Alexnderplatz"); in un finale crudo e disperato, Fassibinder mette in scena l'unione perfetta tra i due, unione che sempre non poter avere fine; e lo fa con un distacco glaciale, rendendo l'epilogo ancora più disturbante.


Il dominio, la sottomissione e la follia dell'amore non sono mai stati così spaventosi; il tono da thriller si fonde perfettamente con il registro melò: la fatalità incombente su Martha si sostanzia dapprima nel dolore, poi nella pazzia e solo infine nella menomazione; e nell'unire i due registri Fassbinder si fa ossessivo, ma mai ripetitivo; e di fatto nelle sue opere successive il tema dell'amore sarà sviluppato in maniera differente, ma al contempo uguale, mutando registro stilistico, ma non narrativa; proprio come solo un grande autore sa fare.

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