venerdì 2 agosto 2013

Sin City

di Robert Rodriguez, Frank Miller, Quentin Tarantino

con: Mickey Rourke, Bruce Willis, Clive Owen, Jessica Alba, Benicio Del Toro, Jamie King, Rutger Hauer, Rosario Dawson, Nick Stahl, Josh Hartnet, Brittany Murphy.

Cinecomic/Noir

Usa (2005)

















Il Noir è cinema, il Noir è IL Cinema! Fin dagli albori della Settima Arte vi è stato un legame indissolubile tra essa e le storie di gangster suburbani, sbirri corrotti, femmes fatales ed omicidi efferati; da sempre appassionato di letteratura e pellicole hard boiled, Frank Miller traspone non solo l'impianto narrativo, ma anche, per la prima volta l'estetica del noir americano classico nel media fumettistico: nasce "Sin City", serie di graphic novels antologiche che omaggiano il mito del noir mediante storie borderline e personaggi archetipici che trovano la loro origine nella letteratura poliziesca e nei classici degli anni '40 e '50.


Pubblicato tra il 1991 e il 2000, "Sin City" si impone subito nel panorama del fumetto underground statunitense non solo per l'eccelsa qualità delle storie, ma sopratutto per il suo particolare stile grafico: personaggi ed oggetti sono figure bidimensionali, dalle forme spigolose e talvolta goffe, appiccicate su sfondi neri; l'effetto stilizzato richiama l'estetica forte e contrastata della fotografia dei gangster movie degli '40, ben adattandosi al carattere duro delle storie, le quuali sono però ambientate in un mondo "contemporaneo", lontano da ogni forma di post-modernismo; ogni personaggio, in "Sin City", si rifà ad un archetipo della tradizione poliziesca: lo sbirro Hartigan, duro e inflessibile, è un aggiornamento del Sgt. Bannion de "Il Grande Caldo" (1953), lo sfortunato Dwight è la riproposizione in chiave pulp del Jeff de "Le Catene della Colpa" (1947), con il suo passato che torna a perseguitarlo fino a gettarlo in una spirale di violenza e morte, e l'energumeno Marv, d'altro canto, rappresenta una curiosa variante rispetto alla tradizione; grosso e poco scaltro, potrebbe essere un qualsiasi personaggio di secondo piano di qualsiasi hard-boiled di seconda categoria degli anni'70; il genio di Miller lo trasforma da gregario forzuto e imbecille a protagonista assoluto, magnetico e carismatico, della più classica storia thrilling alla Hitchcock, dove il protagonista viene suo malgrado coinvolto in un brutto affare mille volte più grande di lui; attorno a questi tre personaggi, protagonisti dei primi tre volumi della serie, si muove tutto un mondo di politici corrotti, poliziotti sadici, donne bellissime e letali, sangue, tradimenti, colpi di scena e chi più ne ha più ne metta; in 6 storie complete, più un mucchio di racconti brevi. Frank Miller usa la sua (Ba)Sin City per scandagliare ogni aspetto ed ogni declinazione del genere, per rinnovarlo, omaggiarlo, ibridarlo e, in definitiva, riproporlo di volta in volta in chiave originale, ma sempre conscio delle sue origini.


Nel trasporre su schermo le storie ideate da Miller, Rodriguez compie un'operazione inedita, fino ad allora; per prima cosa dirige il film assieme allo stesso autore, lasciando all'amico Quentin Tarantino la regia di un unica scena (lo spassoso dialogo tra Dwight e il cadavere di Jack); sopratutto, memore del "Dick Tracy" di Warren Beatty, decide di trasferire su schermo anche l'originale aspetto grafico delle tavole di Miller, basando le inquadrature talvolta sulle vignette, usate come storyboard; non solo: le storie non vengono riadattate (se non in minima parte), ma trasposte di peso su pellicola; il risultato è il primo vero cinecomic della storia del cinema, l'ibridazione perfetta e definitiva tra i due media.


Il risultato, però. non paga per tutti i 124 minuti di durata; le storie trasposte coprono i primi tre story-arc originali: "A Harsh Goddbye" dal n°1, "That Yellow Bastard" dal n°4 e "The Big Fat Kill" dal n°3, e già qui cominciano i primi problemi; se le storie di Marv e Hartigan sono narrazioni stand-alone facili da seguire, quella di Dwight altro non è che il seguito di "A Dame to Kill For", costituente il secondo volume della serie; il personaggio principale, così, si ritrova nei suoi soliloqui a fare riferimento a fatti riguardanti il suo passato difficili da seguire per chi non ha letto il fumetto originale. Le tre trame, inoltre, furono originariamente concepite da Miller per essere autoconclusive, ma Rodriguez decide, scioccamente, di incastrarle tra loro, forse per ricreare un'affrsco corale stile "Pulp Fiction" (1994); operazione non riuscita: la narrazione viene spezzata e frammentata, resa difficile da seguire nonostante l'uso dei salti temporali; le storie non si amalgamano mai in un unico racconto, finendo per divenire, talvolta, frammenti narrativi slegati e ricuciti alla bene e meglio, come nel caso dell'episodio-cornice, davvero inutile ai fini della narrazione.
Al di là delle questioni narrative, è il modo in cui le storie sono trasposte a destare dubbi; per ottenere la massima aderenza con il materiale di partenza (probabilmente sull'onda della polemica di quegli anni, che portava a criticare gli adattamenti dei fumetti mainstream come troppo distanti dalle rispettive controparti cartacee), Rodriguez segue pedissequamente ogni vicenda così come avviene sulle pagine del fumetto, non aggiunge nulla e toglie ben poco; il risultato è a tratti freddo e meccanico: benchè impostate come racconti filmici, le storie originali erano comunque concepite per essere lette su carta, si dipanavano mediante un uso massiccio della voce-pensiero che su schermo finisce inevitabilmente per infastidire, andando a depotenziare l'atmosfera cupa che gli autori vorrebbero intessere. Nella costruzione delle scene, inoltre, i due autori spesso sbagliano il ritmo, talvolta troppo lento (come nel finale del terzo episodio), talaltra troppo veloce (quello del primo), aumentando la distanza con il pubblico.


Benché l'emozione talvolta manchi, resta da ammirare il lavoro sull'estetica: i corpi degli attori donano tridimensionalità alle tavole originali e la bella fotografia in chroma-ray compie veri e propri miracoli cromatici; il bianco e nero viene alternato a sapienti sprazzi di colori che donano alla pellicola un look originale ed affascinante; il make-up sugli attori, inoltre, è sbalorditivo: Mickey Rourke è semplicemente uguale al Marv di "A Harsh Goodbye", così come Nick Stahl nei panni dell'orrendo "Bastardo Giallo"; ed è proprio il cast a regalare le sorprese maggiori: il terzetto di protagonisti Rourke-Owen-Willis è in parte ed affiatato, sopratutto il primo, che qui torna a vestire i panni del protagonista in una produzione di serie A dopo anni di oblio; magnifica anche la scelta dei comprimari: dalle sensualissime Jessica Alba e Rosario Dawson, al viscido Stahl, passando per un Benicio Del Toro divertente e divertito.


"Sin City" è, in definitiva, una pellicola poco riuscita, ma interessante: la trasposizione meccanica delle storie non sempre funziona, ma riesce comunque a dimostrare come sia possibile portare su schermo un fumetto senza tradirne lo spirito estetico e narrativo; gli ottimi incassi trasformeranno ben presto l'intuizione di Rodriguez in una moda, basti vedere i successivi adattamenti di "300" (2007) e "Watchmen" (2009).

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