sabato 26 maggio 2018

Dogman

di Matteo Garrone.

con: Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Baldari Calabria.

Italia, Francia 2018


















Una terra di nessuno, un'anima persa, una violenza irrefrenabile. Il cinema di Garrone si è sempre composto di tali elementi per creare storie di ordinaria follia, con al centro personaggi alla disperata ricerca di qualcosa. In tal senso, "Dogman" è la perfetta enucleazione della sua poetica, dove tutti gli elementi di base ritornano e vengono elevati ad un livello successivo.




Garrone si ispira ad uno dei fatti di cronaca più truci della recente storia italiana, quello del "canaro della Magliana", Pietro De Negri, pregiudicato e piccolo spacciatore che nel 1988 ha seviziato e ucciso il suo ex compagno di crimini Giancarlo Ricci, tossicodipendente ed ex pugile di quart'ordine. Ma della cattiveria insita nelle gesta di De Negri, su schermo arriva poco o niente: da un fatto di sangue ai limiti del grottesco, il regista romano estrapola l'essenziale e rielabora i fatti per creare una storia sulla solitudine e sulla desolazione morale e materiale.




Nell'estrema periferia romana, in un luogo che sembra uno scenario post-apocalittico, si muove Marcello (Marcello Fonte, giustamente premiato a Cannes), toelettatore di cani e piccolo spacciatore, ben voluto tra i commercianti della zona; ma nello stesso luogo si aggira Simoncino (Edoardo Pesce), piccolo criminale e tossicodipendente che esercita su di lui un fascino malato.




Come ne "L'Imbalsamatore", motore degli eventi è un'amicizia deviata, questa volta purgata dai risvolti omoerotici, che si fa dipendenza umana di un soggetto "perdente" nei confronti di un maschio alfa.
Marcello è affascinato da Simone, dalla sua forza, dalla sua ottusa vis egoistica; da qui la subordinazione verso una figura di cui invidia, forse, la capacità di affermazione individuale ed il sacrificio verso questo oggetto del desiderio che, non ripagato, genera la violenza.




Il desiderio di accettazione, sia verso la figura di riferimento che verso la comunità, è pulsione primaria, forma di riscatto per una vita passata in un purgatorio dove le relazioni interpersonali (in primis quello con la figlioletta, vera e propria figura salvifica) sono l'unica ancora di salvezza dal nulla della solitudine.
Ne consegue un arco caratteriale che trasforma un personaggio buono (il salvataggio del cagnolino messo nel frigo) anche se immerso nella microciminalità ad un assassino irredento.




Garrone si avvicina con empatia a questo suo ennesimo "perdente", lascia che lo spettatore provi una forte compassione verso di lui anche quando si macchia dei crimini più orribili; lo stesso autore costruisce tutta la narrazione attraverso il suo solo punto di vista, eccedendo volutamente in primi piani, lasciando che siano i soli piani sequenza a scandire le sue azioni, annullando la distinzione temporale tra racconto e storia, i quali risultano così di una solidità sorprendente.
Pur piccolo e meno ambizioso di molti suoi lavori, con "Dogman" Garrone riscopre una dimensione prettamente personalistica per il suo cinema e riesce nell'intento di creare un gioiello di pura, sporca ed incredibilmente vera umanità.


EXTRA

A trent'anni distanza dall'accaduto, sono ben due i film ispirati alle gesta del Canaro della Magliana; oltre a Garrone, anche Sergio Stivaletti porta quest'anno su schermo le sue gesta, con un film decisamente meno ambizioso e più diretto: "Rabbia Furiosa- Er Canaro"









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