sabato 31 agosto 2019

Il Signor Diavolo

di Pupi Avati.

con: Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Cesare Cremonini, Massimo Bonetti, Gianni Cavina Lino Capolicchio, Alessandro Haber, Chiara Caselli, Eva Antonia Grimaldi, Andrea Roncato.

Horror/Thriller

Italia 2019















E' un vero peccato il fatto che Pupi Avati ripudi, a sua detta, il genere horror, al quale torna sovente solo per ragioni squisitamente alimentari. Lo è per il fatto che, alla fin fine, della sua lunga filmografia, ciò che resta è caratterizzato sopratutto dagli exploit di genere, tra i film più riusciti e interessanti che lui abbia diretto. Persino in un'opera come "Il Signor Diavolo", di certo non tra le migliori, è avvertibile la voglia di fare propria la narrativa orrorifica mediante il registro della scrittura e della messa in scena, anche se con risultati blandi.



Avati, come sempre, parte dallo script, in questo caso un thrilling che vede un omicidio nelle campagne venete, a detta degli abitanti perpetrato ai danni di un giovane ragazzo posseduto dal demonio, sul quale viene inviato a investigare un ispettore del Ministero della Giustizia, in un'epoca, il 1952, in cui i voti della DC si contavano grazie e sopratutto al perno della religiosità e, forse sopratutto, grazie alla pura superstizione del volgo.




Storia che viene letteralmente smontata in una narrazione in flashback, ricostruiti sopratutto sulla base dei verbali degli interrogatori. Il punto di vista diviene così indeterminato, poco oggettivo, ancorato alla visione dei singoli personaggi piuttosto che su quello, chiarificatore, del protagonista.
Avati riesce ad intessere in modo efficace un racconto che resta interessante per quasi tutta la sua durata, con una struttura che mischia verità a dicerie, fatti a pure suggestioni.
Malauguratamente, il tutto si inceppa nel finale, dove l'immancabile colpo di scena finisce sopratutto per confondere, piuttosto che fare chiarezza sull'accaduto.




Allo stesso modo, Avati non controlla bene la messa in scena. Se la costruzione di un'atmosfera gotica e sinistra è perfettamente riuscita, come nei suoi lavori migliori, altrettanto non si può dire per la costruzione della tensione, che spesso latita e che quando viene ricercata, viene sprecata in jump-scare da quarta elementare. Senza contare il modo in cui fa ricorso ai ralenty, talvolta davvero fuori luogo.





"Il Signor Diavolo" si configura così come un'opera tutto sommato ambiziosa, ma mal riuscita, dove le scelte estetico-stilistiche e narrative affossano quanto di buono fatto da uno script che, se portato in scena in modo differente, avrebbe con molta probabilità dato vita ad un piccolo gioiello.

lunedì 26 agosto 2019

Charlie Says

di Mary Harron.

con: Matt Smith, Hannah Murray, Sosie Bacon, Suki Waterhouse, Grace Van Dien, Kayli Carter, Marianne Rendòn, Chace Crawford.

Drammatico

Usa 2018
















Il 9 Agosto del 1969, la villa al 10050 di Cielo Drive, Los Angeles, viene presa d'assalto da alcuni esponenti della "Manson Family", comune di stanza sulle colline; durante quello che verrà presto definito come "eccidio", persero la vita cinque persone, tra cui Sharon Tate, attrice e moglie di Roman Polanski, all'epoca all'ottavo mese di gravidanza. L'episodio causò un'onda mediatica incredibile, divenendo presto famoso come uno dei peggiori massacri della storia degli Stati Uniti, ispirando fin da subito una florida sequela di pellicole che ne ricostruivano, in modo talvolta anche alquanto efficace, i tragici avvenimenti.
Atrocità effettiva a parte, il Massacro di Cielo Drive verrà ricordato come il primo episodio che portò all'infrangersi del sogno di pace universale dell'epoca, proprio a causa dello status sociale degli assassini, guidati da Charles Manson, il quale diverrà famoso come uno dei peggiori serial killer della storia pur non avendo, di fatto, mai ucciso nessuno.
Inutile sottolinearne la figura: vero e proprio santone autoproclamatosi come il nuovo Gesù Cristo, Manson riuscì a convertire alla sua scalcinata dottrina un consistente gruppo di persone, vivendo nello Spahn Ranch, famoso per essere stato la location di infinite produzioni hollywoodiane.
E in occasione dei 50 anni dall'accaduto, non potevano mancare delle pellicole dedicategli; se già negli scorsi anni lo scarno "10050 Cielo Drive" e lo sconcertante "The Haunting of Sharon Tate" avevano cercato di riportare l'attenzione sul caso, è il solo "Charlie Says" a portare una ricostruzione degli eventi davvero riuscita e interessante.



Alla regia troviamo Mary Harron, già autrice del cult "American Psycho", la quale però decide di abbandonare ogni forma di vouyeurisimo e spettacolarità, adottando un piglio simile a quanto fatto nel suo "Ho Sparato a Andy Wharol", restando il più possibile ancorata ai fatti. Il punto di vista adottato è quello di Leslie Van Hauten (Hannah Murray), che insieme a Patricia Kernwinkel, Susan Atkins e Tex Watson perpetrò materialmente gli omicidi. Punto di vista che viene a sua volta filtrato attraverso quello della professoressa Karlene Faith, che per anni ha seguito il trio di ragazze per reinserirle nella società. Assistiamo così all'ingresso nella comune, ai suoi rituali e allo stile di vita perpetrato. La Harron non abbellisce nulla, raccontando nei minimi particolari l'accattonaggio, le cene a base di ortaggi raccattati nell'immondizia, la promiscuità sessuale e i deliri religiosi della Famiglia. Il ranch viene così ritratto come un'alcova di pezzenti fuggiti di casa, che ripudiano il passato e che non hanno un vero futuro, tutti ipnotizzati dal fascino di Manson, il quale viene a sua volta spogliato di ogni effettivo carisma per essere ritratto come l'egocentrico che, nei fatti, fu.



Manson è un ciarlatano manipolatore, dai modi autoreferenziali e autocelebrativi, che propaganda una filosofia antimaterialista che sfocia nell'apocalittico, arrivando a profetizzare una rivolta degli afroamericani che porterà alla fine della società civile. Il suo è un percorso discendente, dove la volontà di annullare le menti dei propri seguaci per creare una strampalata utopia terrena lascia presto spazio alla rabbia per una carriera musicale mai decollata (Manson decise di colpire l'indirizzo di Cielo Drive poiché in precedenza occupato da Terry Melcher, produttore che rifiutò di produrre il suo album d'esordio), ossia la contraddizione totale con la sua stessa sconclusionata filosofia. Un plauso va fatto a Matt "Undicesimo Dottore" Smith, che incarna il personaggio riuscendo a dargli un'aura tangibile di carisma, senza mai scadere nel gigionesco o nell'overacting spicciolo.



Se Manson è l'oggetto descritto, il soggetto della narrazione è la stessa Leslie Van Hauten, la quale compie un doppio percorso evolutivo: da timida ragazza piccolo-borghese a seguace ipnotizzata dalle parole del guru, per poi tornare ad una forma di coscienza effettiva grazie agli insegnamenti della Faith. La sua parabola diviene quella del prototipo femminile dell'epoca, quello di una donna che si allontana da una società che tenta di relegarla in secondo piano, per abbracciare uno stile di vita libertino solo in apparenza, che cela, infatti, una sottomissione ancora più pressante, solo per poi trovare un equilibrio nella filosofia femminista effettiva, la cui conoscenza porta alla liberazione e alla catarsi verso il male compiuto, che coincidono con l'abbandono del plagio da parte di Manson, di quel costante "Charlie says" del titolo, mantra ripetuto per giustificare tutte le deprecabili azioni compiute o subite.



La narrazione della Harron è secca, quasi cronachistica, non cerca lo scandalo ed evita il sensazionalismo. Nella descrizione del massacro, il suo stile si fa parco, tralasciando la messa in scena diretta per concentrarsi maggiormente sulle sue conseguenze. Più spazio viene così concesso all'omicidio dei coniugi LaBianca, seconde vittime della furia della Famiglia, la cui morte viene invece portata in scena in modo diretto.



Il limite del film è intrinseco all'approccio adottato: non va oltre i fatti, oltre la ricostruzione attenta di quanto accaduto. Limite che non è tuttavia un difetto vero e proprio: "Charlie Says" resta lo stesso un'interessante prova di cinema d'inchiesta, che getta uno sguardo lucido verso un passato mostruoso, ancora oggi difficile da dimenticare.

mercoledì 21 agosto 2019

The Nest (Il Nido)

di Roberto De Feo.

con: Francesca Cavallin, Justin Korovkin, Ginevra Francesconi, Maurizio Lombardi, Elisabetta De Vito, Valentina Bartolo.

Horror/Gotico

Italia 2019















---CONTIENE SPOILER---


E' buffo constatare come, talvolta, la medesima storia possa assumere significati antitetici a seconda del contesto in cui viene prodotta. E' il caso di "The Nest", primo vero lungometraggio di Roberto De Feo, il quale, oltre a presentarsi come un prodotto straordinariamente ben confezionato, porta anche a riflettere su diverse tematiche ancora urgenti.
La comprensione della particolarità del film passa necessariamente attraverso la sua visione integrale, tanto che a prima vista potrebbe sfuggire; una volta svelati tutti retroscena, la storia somiglia, forse volontariamente, a quella del "The Village" di Shyamalan, con una comunità di individui che si rinchiude all'interno di una vera e propria bolla fuori dal tempo, per sfuggire all'orrore. Ma se nella pellicola del regista indo-americano questo "mondo nel mondo" resta caratterizzato fino alla fine come una vera e propria oasi di salvezza, in cui il male entra per puro caso, nel film di De Feo il rifugio è caratterizzato sin dal primo istante come un luogo macabro, dove l'asserragliamento porta sicuramente alla salvezza fisica, ma non a quella emotiva o mentale.



E anche andando al di là di ogni possibile lettura ideologica (la quale risulta invero attuale nell'Italia d'oggi giorno), "The Nest" è prima di tutto un perfetto horror gotico, il quale, più che rifarsi alla tradizione italiana del genere, torna indietro sino a quella britannica, riprendendone intuizioni visive e narrative per riformularle in chiave moderna ed efficace.
Piuttosto che affidarsi ai semplici jump-scare, De Feo preferisce costruire un'atmosfera di sottile inquietitudine; sin dalla prima scena, si comprende appieno come vi sia qualcosa di incredibilmente sbagliato e disturbante nei gesti dei personaggi, nel modo in cui parlano o anche semplicemente nelle loro espressioni contratte. E quando il jump-scare fa capolino, in un'unica scena, è efficacissimo, grazie all'uso magistrale del sonoro.
La sensazione di straniamento viene comunicata anche dalla bellissima fotografia, che abbandona le cascate di colore della tradizione nostrana in favore di una palette livida nelle sequenze diurne e altamente contrastata in quelle notturne.



Allontanandosi invece dalla tradizione, De Feo preferisce smontare l'effetto sorpresa attraverso un vero e proprio stillicidio di informazioni: i retroscena della storia e del mondo in cui il tutto viene ambientata arrivano un pò alla volta, lasciando comprendere e somatizzare allo spettatore ogni dettaglio. Tanto che l'unico vero colpo di scena è quello finale, in un certo senso il più debole e scontato tra tutti.
Lo stile visivo di De Feo è ricercatissimo, fortemente caratterizzato da una profondità delle inquadrature che aggiunge un ulteriore tocco di atmosfera. Le immagini, quasi tutte in interni, deformano ambienti e personaggi grazie all'uso sapiente del grandangolo e della trasfocatura e sono talvolta perfette nella ricercatezza delle forme, cosa inusuale per un esordiente e, bisogna ammetterlo, ancora più inusuale per una produzione nostrana.



La riuscita definitiva si deve anche agli sforzi del cast, composto da attori misconosciuti ma dal talento innegabile. Su tutti, sono però i due giovani protagonisti Justin Korovkin e Ginevra Francesconi (quasi una doppleganger di una giovane Jennifer Connelly) a sorprendere per espressività e posatezza.
"The Nest" è in definitiva una piacevole sorpresa: un horror efficace, interessante e bello, che merita di essere scoperto da un pubblico oggi come oggi non più abituato a vedere produzioni italiane di genere in grado di competere (e surclassare) simili prodotti esteri.

lunedì 19 agosto 2019

Easy Rider

di Dennis Hopper.

con: Peter Fonda, Dennis Hopper, Jack Nicholson, Karen Black, Luke Askew, Robert Walker Jr., Toni Basil.

Usa 1969

















---CONTIENE SPOILER---


Il tempo non è stato clemente con "Easy Rider" e, d'altro canto, non poteva essere altrimenti. Capita a tutte quelle pellicole che riescono a catturare lo zeitgeist di quando furono prodotte: modi e mode cambiano a seconda dei decenni (o addirittura dei lustri) e un'opera coraggiosa e di rottura, quando decontestualizzata, può sembrare sterile e convenzionale. Per godere appieno dell'esordio come regista del compianto Dennis Hopper, occorre quindi inscriverla nel periodo in cui fu girata, ossia la fine degli anni '60, con lo studio system di Hollywood al tracollo e i primi natali di quella New Wave che porterà alla produzione dei più grandi capolavori che la filmografia americana tutt'oggi conosca.
New Wave che comincia all'incirca nel 1967, con un duplice evento: da un lato l'abolizione del famigerato Codice Hays in favore del MPAA, ossia l'abolizione della censura verso quelle pellicole indicate come troppo licenziose. Di punto in bianco, il sesso e la violenza non erano più dei tabù nel cinema americano; il che porta all'uscita di "Gangster Story" di Arthur Penn, vero antesignano del nuovo modo di intendere il cinema. Al di là della concezione del regista come autore e vero demiurgo dietro la riuscita di un film, l'opera di Penn porta ad un nuovo modo di intendere la rappresentazione filmica della violenza, non più filtrata ma portata in scena in modo diretto e iperrealista.
"Easy Rider" arriva nelle sale due anni dopo e la sua riuscita si deve proprio al modo secco in cui ritrae gioie e orrori del profondo degli Usa, ma anche per lo stile lisergico con cui porta tutto in scena.



La paternità dell'opera è in realtà attribuibile tanto ad Hopper quanto a Peter Fonda, accreditato come produttore e co-sceneggiatore. In realtà molto del girato è stato letteralmente improvvisato mentre la troupe si muoveva da un luogo all'altro, ma sono state le idee del duo a plasmare il tutto. Tutto ha infatti inizio con una foto che Fonda aveva scattato qualche anno prima con l'amico Bruce Dern, che li ritraeva dinanzi a due motociclette; la visone di questi due giovani capelloni messi davanti a quello che già a partire dagli anni '50 era un simbolo di ribellione pare abbia infiammato l'immaginazione di Fonda, portandolo a proporre di girare il film all'amico Dennis; pare però che ci sia stata anche un'altra influenza, meno diretta, verso il duo, ossia l'amore per il capolavoro di Dino Risi "Il Sorpasso", che infatti fu distribuito negli Usa con il titolo "Easy Life" e dal quale hanno ripreso anche la sequenza dell'autostoppista.
Decisi a girare con un budget di poco superiore a 300 mila dollari, i due autori trovano finanziamenti grazie alla Pando Company, società indipendente la quale ha però dalla sua un contratto con la Columbia Pictures sulla distribuzione delle pellicole da loro prodotte. "Easy Rider" diviene così il primo film indipendente ad essere distribuito a livello mondiale da una grossa major di Hollywood.



 L'intento del film è semplice, ossia quello di fotografare l'America reale, lasciata sovente al di fuori della sala dal cinema mainstream. E per farlo, viene usato un canovaccio che riprende in pieno il mito fondativo americano, quello della conquista del West, dove però i cowboy cavalcano delle Harley-Davidson e compiono il percorso opposto rispetto ai pionieri, ossia da ovest a est, per andare ad assistere al Mardì Gras di New Orleans. Persino i nomi dei due personaggi si rifanno al mito del West: Billy (Hopper) come Billy the Kid e Wyatt (Fonda) come Wyatt Earp, soprannominato anche "Capitan America", bardato com'è in quel giubbotto che sfoggia con orgoglio la bandiera a stelle e strisce.




Wyatt e Billy non sono due hippie nel senso stretto del termine, sono solo due ribelli, due persone che non si omologano né alla società, nè alla controcultura in senso stretto. Il loro viaggio li porta così ad attraversare quest'America confusa e contraddittoria. Da una parte ci sono i veri Figli dei Fiori, che vivono nella comune come i nuovi pionieri, i quali portano avanti gli ideali di amore universale e condivisione.
Ma l'anno in cui il film viene prodotto è essenziale: è il 1969, l'Estate dell'Amore è già passata e di lì a poco la strage di Cielo Drive stenderà un'ombra sinistra verso la controcultura hippie. I due lasciano così questa nuova società per incontrare un personaggio essenziale, George Hanson (Nicholson), avvocato affetto da alcolismo.




Se Wyatt e Billy sono i reietti erranti, George è il perfetto figlio della società borghese americana, perfettamente inserito nel contesto in cui vive, eppure affetto da una mania autodistruttiva. Il quale, per un breve intervallo di tempo, è persino chiamato a divenire la coscienza del film. E' lui a sottolineare come gli intolleranti e razzisti bigotti altro non sono che uomini spaventati dal concetto stesso di libertà, che si accaniscono sui diversi perché ricordano loro la possibilità di un'esistenza diversa, scevra da quella moralità sovente solo predicata, che non tenga conto dei limiti che la società si autoimpone. Coscienza che porta ad una riflessione "scandalosa" e che per questo viene distrutta dall'ipocrisia di chi si crede superiore al prossimo.




Come recita la tagline italiana, "Libertà e Paura" convivono fino alla sovrapposizione: "Libertà è Paura", scelta priva di condizionamento che porta i "normali" a temere ciò che non comprendono o non vogliono comprendere.
Il viaggio di Wyatt e Billy assume così un andamento ancora più lisergico, sino a farsi onirico. Un onirismo che non ha una catarsi effettiva: nel trip a New Orleans (girato mentre cast e troupe erano davvero sotto l'effetto di stupefacenti) la percezione degli eventi si sfalda senza portare a nulla di concreto, se non uno stato di confusione verso l'intera realtà. Non ci sono appigli morali, solo il puro caos che scoperchia un dolore sopito.
Allo stesso modo, poco prima della fine, i due personaggi realizzano come la svolta data dal denaro guadagnato permetta loro di abbandonare lo stile di vita libero che li ha contraddistinti. Se per Wyatt questa è una buona notizia, non lo è per Billy, il quale realizza come l'abbandono dei propri valori sia in realtà una tragedia.
La vera catarsi, totale e definitiva, arriva solo nel tagico epilogo: di ritorno dalla loro meta, i due pionieri vengono massacrati dall'ottusità dei propri concittadini, uccisi senza un valido motivo, giusto perché erano diversi, hanno osato non conformasi a quanto stabilito da una società altrettanto priva di valori.




La regia di Hopper è totalmente libera da ogni preconcetto. Affiancato da Laszlo Kovacs alla fotografia, crea delle immagini ruvide, dove la luce del sole è talmente accecante da bruciare i corpi dei personaggi. Al montaggio, opta per la sovrapposizione al posto della classica dissolvenza o dello stacco, imprimendo un'impronta ancora più lisergica alla visione.
Laddove il film mostra il fianco (e l'età) è nel ritmo sin troppo lento di alcune sequenze, la cui riduzione avrebbe giovato ad una migliore riuscita (va comunque sottolineato come il primo montaggio durasse oltre tre ore).




Allo stesso modo, l'uso della motocicletta come simbolo di ribellione verso le convezioni può apparire oggi come scontato, anzi decisamente conformista verso un sistema di valori (o addirittura di non-valori) che, nel corso del tempo, si sono rivelati come puramente distruttivi. Basti pensare alla tragedia di Altamont, che si consuma proprio nel 1969 per mano degli Hell's Angels, ossia proprio quei motociclisti ribelli ritratti e adorati da Hopper e Fonda.
Il valore di "Easy Rider" è così prettamente storico; un film che, tuttavia, merita di essere riguardato e amato proprio per quei valori che predica, anche (e forse sopratutto) in un mondo dove gli stessi sono (forse) stati del tutto assimilati.


EXTRA

Per lungo tempo, Dennis Hopper ha scherzato sulla possibilità di creare un sequel del film, con Wyatt e Billy in versione zombi intenti a perseguitare i propri assassini. Ovviamente non se ne fece mai nulla.
Questo finché nel 2013 non è uscito "Easy Rider: The Ride Back", sorta di fan film ad alto costo scritto, diretto e interpretato da Phil Pitzer, avvocato che, innamoratosi del film originale, ha voluto dargli una sorta di continuazione... con una pellicola semplicemente brutta.





sabato 17 agosto 2019

R.I.P. Peter Fonda


1940 - 2019

E' entrato nella leggenda grazie ad un solo film, quell' "Easy Rider" oggi fin troppo sottovalutato, il quale segnò un'epoca, gli diede notorietà e persino una nomination agli Oscar. Rampollo di una famiglia di attori, Peter Fonda se ne va in silenzio, lasciando dietro sè una carriera altalenante, ma interessante.

venerdì 16 agosto 2019

Hotel Artemis

di Drew Pearce.

con: Jodie Foster, Dave Bautista, Sofia Boutella, Sterling K.Brown, Jeff Goldblum, Brian Tyree Henry, Zachary Quinto, Charlie Day, Father John Misty, Evan Jones.

Azione/Pulp

Inghilterra, Usa 2018














Se c'è una cosa perfettamente riuscita in "Hotel Artemis", è la costruzione di una distopia prossima ventura altamente credibile, dove i cittadini di Los Angeles mettono a ferro e fuoco la città (in modo non dissimile da quanto avviene in questi giorni ad Hong Kong) per protestare contro la privatizzazione dell'acqua potabile, mentre forze di polizia privata tentano di ristabilire l'ordine mediante l'uso della violenza sommaria.
Contesto che tuttavia fa da semplice sfondo ad una vicenda non altrettanto interessante, una storia pulp e sopra le righe incentrata su di una clinica privata per facoltosi criminali gestita in modo ferreo dall'infermiera interpretata da Jodie Foster, la quale si ritrova a fare i conti con una nottata più lunga di quanto si sarebbe aspettata, anche a causa dell'entrata in scena del re del crimine della città.



Personaggio che vive adoperando un codice di condotta ferreo, atto a mantenere l'ordine all'interno di un mondo in preda alla follia, che si muove nervosamente tra le stanze dell'hotel rattoppando gli avventori in modo preciso, grazie ad una tecnologia futuribile eppure mai davvero fantascientifica. Allo stesso modo, il Re Lupo interpretato da Jeff Goldblum è un padrino severo e inflessibile, che non esita a castigare chiunque contravvenga alle regole da lui stabilite.
Se questi due poli, al contempo antitetici e identici, sono interessanti, decisamente più piatto è il resto del roaster di personaggi, composto da due fratelli rapinatori, dalla femme fatale di turno, dal mercante d'armi simil linea comica, dall'assistente forzuto e dall principe del crimine fin troppo attaccato alla figura paterna. I conflitti innescati sono tutto sommato basilari e si risolvono sempre in modo prevedibile, non lasciando spazio neanche all'immaginazione dello spettatore.




La regia di Drew Pearce (già sceneggiatore del bel "Iron Man 3") riesce tuttavia ad imprimere un buon ritmo alla narrazione ed ha un buon occhio per le scene d'azione. Sfortunatamente, laddove riesce perfettamente a creare un macrocosmo verosimile e un microcosmo pulp intrigante (a là "John Wick"), non riesce mai a suscitare una vera emozione o a condurre ad una catarsi che non sia ampiamente prevedibile. Il che è davvero un peccato.



mercoledì 7 agosto 2019

Men in Black: International

 di F.Gary Gray.

con: Chris Hemsworth, Tessa Thompson, Liam Neeson, Kumali Nanjani, Rebecca Ferguson, Emma Thompson, Rafe Spall.

Fantastico/Azione/Commedia

Usa 2019















Chissà per quale motivo, il primo "Men in Black" non è mai davvero diventato un film di culto. Eppure le carte in regola c'erano davvero tutte: un mix frizzante tra action e commedia con una spruzzata di sana fantascienza a fare da sfondo, la quale rielaborava con brio l'estetica e le tematiche dei b-movies anni '50, un cast affiatato guidato da un duo di attori perfettamente in parte ed un buon gusto per il ritmo veloce, ma mai frettoloso. Non che la Sony non ci abbia provato a promuovere questa sua stramba creatura (patrocinata tra l'altro da Spielberg) in un fenomeno, producendo due sequel e una bella serie animata. Dulcis in fundo: il franchise è persino basato su di piccolo e breve fumetto indipendente, come quello delle Ninja Turtles. Insomma, i numeri per divenire il nuovo "Ghostbusters" c'erano davvero tutti, eppure "Men in Black" è sempre rimasto timidamente ancorato al ruolo di puro blockbuster estivo disimpegnato e simpatico, senza mai riuscire a fare il salto di qualità che avrebbe in fin dei conti meritato.
E di certo non sarà una pellicola come "Men in Black: International" a farglielo fare, martoriata così com'è dalla febbre del guadagno facile: prodotta visibilmente di fretta, priva di una storia davvero interessante o di spunti simpatici.



Messo da parte il duo Will Smith/Tommy Lee Jones, con solo il personaggio dell'agente O (Emma Thompson) a fare da tramite con il precedente "Men in Black 3", "International" si concentra sulla divisione inglese degli Uomini in Nero, con l'agente in prova M (Tessa Thompson) chiamata ad affiancare il veterano H (Hemsworth) in una missione di protezione vip che ben presto si rivelerà decisamente più complessa del previsto.



Come nel primo film, l'umorismo viene cucito addosso alla differenza di carattere dei due protagonisti: H è lo sbruffone, pronto a divertirsi e a piegare le regole del protocollo a proprio piacimento quando serve. M, la prima della classe, è invece più posata e riflessiva. Se l'alchimia tra i due funziona è anche merito della coppia Hemsworth/Thompson, già rodata nel simpatico "Thor: Ragnarok". Peccato che lo script non li assecondi più di tanto.



La sceneggiatura tenta di sviluppare una trama di suo trita e lo fa nel peggiore dei modi, snocciolando una storia talmente prevedibile da portare alla noia già nei primi minuti. Impossibile non prevedere tutti i colpi di scena, telefonati come sono dall'ovvio uso di red herring e dal typecasting degli attori.
A salvare la visione dovrebbe quindi pensarci l'azione, sulla carta anche interessante; peccato che la regia confusionaria di F.Gary Gray non ne valorizzi mai la componente spettacolare, adagiata com'è sui cliché di tanto action hollywoodiano anni '00 al là Michael Bay, dove il montaggio confusionario spesso affossa adrenalina e spettacolo.



La visione si fa così piatta sin dai primissimi minuti, non ci si appassiona davvero mai ad un prodotto pensato e costruito con il pilota automatico, senza mai un guizzo di originalità o anche solo di personalità. Un vero e proprio "filmetto" senza né arte, né parte che fallisce su tutti i fronti, primo fra tutto quello di rinverdire il marchio degli Uomini in Nero.



venerdì 2 agosto 2019

Midsommar- Il Villaggio dei Dannati

Midsommar

di Ari Aster.

con: Florence Pugh, Jack Reynor, Will Poulter, Vilhelm Blomgren, William Jackson Harper, Ellora Torchia, Archie Madekwe, Gunnel Fred, Isabelle Grill, Henrik Norlèn.

Horror

Usa 2019













Un anno dopo l'esordio scoppiettante di "Hereditary", Ari Aster torna alla carica declinando nuovamente una storia sul lutto e la relativa elaborazione per creare un lungo viaggio lisergico all'interno della coscienza di un personaggio. "Midsommar", perso com'è nella contemplazione di usanze e emozioni, è un più che degno secondo capitolo nella sua filmografia, dove il suo stile ricercato diviene finalmente virtuoso, per non lasciare scampo allo spettatore.



147 minuti nei quali la regia costruisce la tensione in modo sottilissimo. Si parte da un primo atto che ha già in sé stesso tutta la base della narrazione: la morte improvvisa di quella famiglia abbandonata forse con troppa facilità. Si continua con la relazione amorosa fin troppo blanda per arrivare al Midsommar del titolo, festività pagana del nord della Svezia che ogni 90 celebra la ruota della vita e del tempo, il rinnovarsi delle stagioni della natura e con esse dell'essere umano.



Aster ricrea con precisione e gusto per la spettacolarità il piccolo villaggio nel quale il rito viene celebrato. Un luogo dove non cala mai il sole, dove i colori e la luce sono così vividi da ferire gli occhi. E dove, sopratutto, c'è qualcosa di inquietante che striscia sotto la superficie gioviale. Una paura per l'ignoto che viene centellinata un pò alla volta, svelandosi al contempo in modo fragoroso: prima avvisaglia è il suicidio dei due anziani, mostrato senza filtri, con i corpi disintegrati in piena luce.



L'arco caratteriale della protagonista Dani (Florence Pough) è così discendente, incardinato ad una serie di coordinate quasi prefissate, passando dall'interiorizzazione del lutto alla sua estrinsecazione totale, sotto le forme del rito della rinascita e della fecondità per giungere al lato più estremo, a quel sacrificio umano essenziale per una rigenerazione dei luoghi esterni così come quelli interiori. Ad Aster, ovviamente, non interessano i giudizi morali sull'operato del personaggio, tanto meno i risvolti prettamente psicologici; il suo è un viaggio dello spirito e nello spirito, verso quelle emozioni a lungo trattenute e pronte a deflagrare in ogni singolo momento.



Un viaggio che ha le forme di un trip allucinato, dove il virtuosismo della macchina da presa si mette al servizio della geometricità del rituale; geometricità che viene puntualmente infranta dal momento che il punto di vista sugli stesse è esterno, dato dal gruppo di ragazzi americani. La macchina da presa si muove così sinuosa tra le vesti immacolate e i prati che respirano a causa dello stato distorto della percezione, sino a trovare nelle soggettive un compromesso estetico e funzionale al racconto.



Se i debiti di ispirazione non vengono in realtà mai celati (i mitologici "The Wicker Man" e "The Texas Chainsaw Massacre"), Aster riesce lo stesso a creare una pellicola forte e visionaria, intimamente disturbante e al contempo affascinante, un'evoluzione perfetta di ciò che aveva mostrato al suo esordio e che fa presagire un futuro roseo per la sua carriera.



giovedì 1 agosto 2019

Spider-Man: Far from Home

di Jon Watts.

con: Tom Holland, Samuel L.Jackson, Jake Gyllenhall, Marisa Tomei, Cobie Smulders, Zendaya, Jon Favreau, Jacob Batalon, Tony Revolori, Angourie Rice.

Supereroistico/Azione

Usa 2019















---CONTIENE SPOILER---

Chissà se tra 20-30 anni, quando la febbre dei comic-movie sarà scemata, qualcuno scriverà un saggio sulla filosofia e la morale nei film del MCU. Sarebbe quantomai opportuno, viste le incongruenze e, sopratutto, le sconcertanti prese di posizione a cui si assiste guardando i film di Iron Man e quelli del nuovo Spider-Man.
Da una parte c'è Tony Stark, un uomo che viene presentato come un arrivista, playboy incallito, edonista fin nel midollo, che costruisce il proprio esercito di armature non si sa per quale specificato motivo, il quale viene costantemente additato, fin dall'inizio, come role model. E', in buona sostanza, come presentare un moderno Gordon Gekko neoliberista come un personaggio positivo, alla faccia del male che, sia nella realtà, sia nel mondo di finzione, questi personaggi finiscono per fare con la loro sprezzante e compiaciuta condotta lavorativa.



Abbiamo poi Peter Parker, il ragazzetto di belle speranze il quale si ritrova a confrontarsi con il modello di Stark e, sopratutto, con una schiera di supercattivi creati proprio dal suo menefreghismo. Se in "Homecoming" l'Avvoltoio era un piccolo imprenditore schiacciato dalle supercorporazioni che decide di ribellarsi usando quella stessa tecnologia che Stark usa per darsi un tono da eroe, in "Far from Home", dietro Mysterio, abbiamo un'intera schiera di ex dipendenti della Stark Industries a cui il buon Tony ha dato il ben servito dopo averne spremuto le doti. Siamo sicuri che siano davvero loro i cattivi?



Prima di parlare di "Far from Home", occorre dare una risposta, seppur parziale e quantomai fine a sé stessa, a questo interrogativo, giusto per capire ciò che Kevin Feige e il suo stuolo di sceneggiatori sta cercando di venderci. Nell'ottica in cui vengono presentati, i cattivi sono persone ferite dagli eroi, veri e propri reietti che finiscono ai margini di una società dove gli eroi sono celebrità, come nel "The Boys" di Garth Ennis. E proprio come nell'irriverente opera di Ennis, gli eroi del MCU sono come inappetenti al male che commettono: non c'è una catarsi di Stark verso costoro, né Spider-Man prova a convincerli a posare le armi e ragionare. Questa sorta di neo-proletariato armato che tenta solo di trovare spazio in una società divorata dai colossi è un pericolo di per sé stessa, i suoi membri non sono persone o personaggi, ma semplici macchiette che vanno eliminate perché turbano l'ordine sociale, a prescindere da ciò che li ha spinti a farlo. Se l'eroe americano classico era fino a qualche tempo fa proprio il reietto che, armato di buone cognizioni, riformava un ordine sociale destabilizzato, ora l'eroe è questo stesso ordine sociale in cui tutto è prestabilito e nessuno può né deve permettersi di chiedere più di quanto gli viene dato.  La cosa più sconcertante è che, a differenza di quanto accadeva in "Spider-Man 2", non c'è mai un momento in cui lo spettatore o il protagonista riflettono su questa sorte, su come sia stata la superficialità e la cattiveria dei buoni ad aver generato i mostri che ora si trovano a combattere.



Nell'ottica che così viene data agli eventi, il Peter Parker di "Far from Home" diviene  il prescelto, colui che viene chiamato a sostituire il fulcro del sistema per dare alle masse un volto con cui identificarlo. E può farlo solo perché Tony Stark, suo predecessore, ha così deciso, non tanto per il suo potenziale, né per i meriti effettivi. I quali, inutile persino sottolinearlo, consistono nell'aver sradicato quei nemici creati proprio da Stark.



"Far from Home" è in tal senso il romanzo di formazione di Peter Parker, nel quale impara che per prendere il posto di Stark non bisogna essere come Stark. Lezione che in pratica doveva aver imparato già in "Homecoming" e che qui viene riproposta perché evidentemente tutti gli autori coinvolti non avevano un'idea migliore. Tanto che l'unico tocco di originalità viene dato dalle location europee, le quale, manco a dirlo, sono semplici sfondi su cui far muovere i personaggi e non assumono mai un ruolo determinante negli eventi. Il modello di riferimento questa volta è dato dal troppo facilmente dimenticato "Un Agente Segreto al Liceo" di Fred Dekker, dal quale viene ripresa l'idea di una vacanza che si trasforma in missione sotto copertura. Ma l'umorismo non sempre funziona, anzi spesso cade a vuoto, forse a causa della volontà di far colpo unicamente su di un pubblico di infanti.



Laddove lo humor non funziona, la spettacolarità per fortuna ha sorte migliore: le scene d'azione sono originali e ben coreografate, garantendo quel minimo di intrattenimento che un comic movie odierno non può non avere.
Decisamente tediosa è invece l'immancabile love-story, con Peter come al solito alle prese con il suo amore per MJ; peccato che quest'ultima sia interpretata da una Zendaya conciata in modo da avere il fascino e la simpatia di un'emorroide.



Al di là delle letture sociologiche, "Far from Home" è un secondo capitolo comunque più riuscito del suo predecessore, ma che farà la gioia solo di un pubblico di infanti. Agli adulti, probabilmente, non susciterà la minima emozione.







EXTRA

Nell'immancabile triangolo amoroso che si viene a creare tra Peter e MJ, il ruolo del terzo incomodo viene ricoperto da un fascinoso compagno di classe dei due, il quale viene battezzato dagli sceneggiatori con il nome di Brad Davis.



Non è dato sapere se si tratti di una coincidenza o di un omaggio voluto allo sfortunato attore, il quale, dopo aver raggiunto la fama grazie al bel "Fuga di Mezzanotte" e aver spiazzato tutto recitando nel mitico "Querelle de Brest", ha stupito il mondo quando ha dichiarato di aver contratto il virus del HIV, decidendo successivamente di scagliarsi contro l'ipocrisia regnante nella Hollywood degli anni '80. Fatto sta che sentir pronunciare cattiverie contro il suo nome non può che far rizzare i capelli in testa.