venerdì 1 luglio 2022

Mad God

di Phil Tippett.

con: Alex Cox, Niketa Roman, Satish Ratakonda, Harper Taylor.

Animazione/Fantastico

Usa 2021















E' del tutto comprensibile che in un'industria come quella dell'animazione occidentale, dove ogni singolo film deve necessariamente avere per protagonista un animale parlante o una principessa canterina, pena la non-esistenza, un film estraniante e anticonvenzionale come "Mad God" sia stato messo ai margini, ignorato dalle major e sia riuscito a trovare distribuzione solo nei circuiti "d'elite" dei festival.
Del tutto incomprensibile è invece il fatto che una figura apprezzata come Phil Tippett abbia faticato come un cane per trovare i fondi necessari per completarne gli appena 84 minuti: va bene non dargli il risalto che un film più vendibile possa avere, ma costringere un autore a tacere piuttosto che conformarsi allo standard bassissimo dell'aniazione mainstream è davvero troppo.



Troppo perché un veterano dell'animazione passo-uno come Tippett dovrebbe essere messo nelle condizioni di poter lavorare in modo concreto anche su di un progetto così estremo e estraneo. Non per altro per il credito che il suo curriculum gli garantisce: comincia come animatore in "Guerre Stellari" e "L'Impero Colpisce Ancora", continua come supervisore agli sfx in "Indiana Jones e il Tempio Maledetto" e "Howard e il destino del Mondo", crea le ancora oggi sbalorditive animazioni dell'ED-209 in "RoboCop" e di RoboCaine nel sequel, oltre a supervisionare gli effetti di "Jurassic Park", "Dragonheart" e "Starship Troopers". Insomma, un nome che ha un certo peso ad Hollywood e che nonostante questo ha terminato il suo progetto personale lavorando nei weekend e con l'aiuto di volontari, impiegando oltre 30 anni.
E "Mad God" certo non delude, con le sue animazioni stupefacenti ed un comparto visivo che definire visionario sarebbe estremamente riduttivo. Il suo valore potrebbe anche fermarsi qui e configurarsi lo stesso come un'opera incredibile, se non fosse che il suo (anti) significato la rende altrettanto memorabile.




Il registro narrativo è ermetico. Anzi, è decisamente anti-narrativo: tolta una citazione iniziale del Levitico e una cantilena in italiano, non ci sono dialoghi che non siano vagiti infantili o versi di animali, quindi non ci sono dialoghi. La regia inoltre ibrida tre diversi stili, ossia lo stop-motion, l'animazione bidimensionale e la ripresa live-action per dare vita ad un incubo costante, dove nulla è familiare, tutto, dal mondo ai personaggi che lo popolano, sembra uscito dall'incubo di uno Hyeronimous Bosch o di un Escher sotto psicofarmaci mentre guarda le allucinazioni di un Terry Gilliam particolarmente ispirato. Forse non c'è un significato univoco in queste immagini ammalianti, né nelle visioni sconvolgenti, tantomeno i simbolismi religiosi, barocchi oltre il puro post-modernismo, sembrano voler dare una chiarificazione al tutto.




Il mondo di "Mad God" è perso nella dannazione. Un mondo nel quale l'anatema divino del Levitico ha avuto luogo, dove la violenza è l'unica costante, con i deboli che vengono schiacciati dai forti, dove la vita non conta nulla, tanto che può evaporare in una questione di attimi senza lasciare nulla dietro di sé.
I simboli non si contano, ma su tutti, per forza di cose, a colpire è la ricontestualizzazzione del monolite, simile a quello di "2001: Odissea nello Spazio", il quale diventa strumento di morte anzicché di vita.
Qual'è il possibile significato di questa sarabanda di immagini ipnotiche e ossessionanti? Difficile dirlo. Similmente all'ermetismo lynchiano, quello di Tippett è un registro narrativo che chiede allo spettatore di mettere una parte di se stesso nella narrazione. Ciò che si comprende su di un piano oggettivo è la presenza di un demiurgo, denominato "Ultimo Uomo" (interpretato dal regista Alex Cox) il quale invia uno o più assassini in un mondo sotterraneo. Un mondo sotto il mondo o un mondo sotto un ideale empireo. Un mondo corrotto, distrutto dalla violenza, dallo sfruttamento e dalla malattia, da vere e proprie piaghe bibliche, oltre che dalla mostruosità dell'uomo, dalla sua volontà di sottomettere il prossimo che oramai si è tramutata in un sistema sociale vero e proprio.



Un dio vuole distruggere un mondo corrotto o forse un uomo si arroga il diritto di ricreare il mondo a sua volontà. Ma non è il significato per sé stesso delle immagini a contare, quanto la sensazione che queste trasmettono.
"Mad God" vuole infastidire i sensi e disturbare la mente con un immaginario disgustoso, sgradevole e perennemente scostante e in questo Tippett riesce perfettamente a spiazzare ad ogni singola immagine.
Il grande valore di "Mad God" è in fondo tutto qui: creare una narrazione puramente immaginifica, raccontare una storia facendo a meno degli strumenti più convenzionali come i dialoghi e i simbolismi facilmente identificabili, per affidarsi alle sensazioni e alle conseguenti emozioni. Il che lo rende un piccolo capolavoro di animazione espressionista, adulto tanto nell'immaginario quanto nel racconto.

martedì 28 giugno 2022

Black Phone

The Black Phone 

di Scott Derrickson.

con: Ethan Hawke, Mason Thames, Madeline McGraw, Jeremy Davies, E.Roger Mitchell, Troy Rudeseal, James Ransone,

Thriller/Horror

Usa 2022















Essere il figlio di un peso massimo della cultura popolare come Stephen King non deve essere una cosa facile, soprattutto quando ci si vuole cimentare nello stesso mestiere che lo ha reso famoso. Per fortuna, Joe Hill sembra pensarla diversamente e per questo non si è fatto più di tanti problemi, riuscendo a ritagliarsi un piccolo spazio all'interno del circuito degli scrittori, sia come romanziere che come sceneggiatore di comics.
Ma "Black Phone", che Scott Derrickson porta su schermo da un suo racconto dopo aver abbandonato la regia di "Doctor Strange nel Multiverso della Follia", sembra uscito dritto dritto dalla penna di papà King, sia per le tematiche che per l'atmsofera. Il che, tuttavia, non è per forza di cose un male.



La storia di "Black Phone" sembra uscita direttamente da un romanzo dell'universo kinghiano. In una cittadina della provincia americana, un maniaco soprannominato "Il Rapace" (Ethan Hawke) rapisce giovani adolescenti. La sua ultima vittima, Finney (Mason Thames) ha però un potere nascosto, una sorta di collegamento spiritico che gli permette di entrare in contatto con i fantasmi delle precedenti vittime e anche sua sorella Gwen (Madeline McGraw), i quali lo aiuteranno a sopravvivere alla situazione.


Al di là del setting, torna la prospettiva prettamente infantile sull'orrore, con i giovani ragazzi protagonisti assoluti ed intrappolati in un mondo adulto che li schiaccia, dapprima tramite la violenza di un genitore intollerante, in secondo luogo a causa della violenza strisciante, quella dei "mostri", ma anche quella dei bulli, di quelle creature fatte di carne e sangue eppure più spaventose dei fantasmi, la cui violenza non trova giustificazione alcuna. E torna anche l'escamotage narrativo del potere mentale, che come da copione è innato nel protagonista e lo aiuta a sconfiggere l'orco di turno.


E di orco vero e proprio questa volta si tratta. Il Rapace non ha una tridimensionalità, né una caratterizzazione ultraterrena o sovrannaturale. E' il male più terreno che si possa immaginare, il quale viene però filtrato totalmente dalla prospettiva della vittima, che ne ignora le ragioni e le condizioni mentali. Ai suoi occhi e ai nostri, diventa così una "furia cieca", un mostro fatto e finito che perseguita i ragazzini per puro divertimento, un "uomo nero" tanto mortale quanto astratto.
Proprio come in "It", il protagonista è chiamato ad agire per distruggere il male che lo attanaglia, ad unirsi con altri per uscire da una situazione mortale e sconfiggere il mostro. La dinamica medianica offre però un tocco di gradita originalità al tutto e, complice la caratterizzazione non originale ma azzeccata dei personaggi e gli ottimi attori, riesce a coinvolgere.



Derrickson, dal canto suo, esagera con i jump-scare gratuiti, ma riesce comunque a creare la giusta atmosfera sinistra e autunnale. L'uso dei colori spenti e del filtro sgranato per il flashback e le visioni dona al tutto un tocco vintage un po' ruffiano, ma tutto sommato gradevole.
"Black Phone", così, pur non eccellendo sul piano dell'originalità o della messa in scena, riesce a coinvolgere grazie a qualche spunto vincente tutto sommato ben eseguito.

giovedì 23 giugno 2022

Pleasure

di Ninja Thyberg.

con: Sofia Kappel, Zelda Morrison, Evelyn Claire, Chris Cock, Kendra Spade, Dana DeArmond, Jason Toler, Axel Braun, Aiden Starr, Bill Bailey.

Drammatico

Svezia, Paesi Bassi, Francia 2021















L'industria del porno come mezzo per il successo. "Pleasure" è in fondo questo, ossia una riflessione sulla capacità dell'uomo moderno di vendersi e svendersi, corpo in primis, ma anche anima, pur di raggiungere la fama. 
Per Ninja Thyberg (qui al suo esordio, che espande un suo corto del 2013) il "sogno americano" altro non è che un patto con il diavolo, che ti permette di ascendere al prezzo dell'anima. Nulla di nuovo, quindi, nulla che molti altri cineasti non abbiano già detto, persino in modo più efficace. Eppure non si può davvero liquidare questo suo esordio nel lungo per la sola mancanza di originalità, data la passione e il talento che tutto sommato vengono dimostrati.



"Bella Cherry" (Sofia Kappel) arriva a L.A. dalla Svezia appena diciannovenne con il sogno di sfondare nel mondo dell'intrattenimento per adulti. Ma il sistema è decisamente più ostico di quanto avesse previsto.
Una storia già vista e in fondo scontata, portata già su schermo da (solo per citarne alcuni) Darren Aronofsky con il mondo della danza in "Il Cigno Nero" e Refn con quello della moda in "The Neon Demon", che anch'essi presentavano una protagonista di belle speranze che veniva fagocitata da un mondo ostile.
La Thyberg, dal canto suo, non se la prende tanto con l'industria del porno in sé stessa, con la sua capacità di trasformare le persone in puri corpi da dare in pasto agli spettatori, quanto con coloro le quali le si offrono volontariamente, si immolano in una sorta di passione laica (l'immancabile musica sacra durante le sequenze di umiliazione) per arrivare al successo.
Il suo sguardo è anzi talvolta complice, sia nel non avere remore nel mostrare quei corpi, sia nell'ingaggiare alcuni big del settore, come il leggendario Axel Braun e la bellissima Evelyn Claire, qui nei panni dell'immancabile rivale, oltre che Zelda Morrison (accreditata con il suo nome di battesimo), la quale sfoggia ottime doti recitative. L'intenzione non è quella di dipingere il porno come sfruttamento, quanto quella di descrivere la caduta in disgrazia di un'anima.



Gli estremi meno confortevoli dell'industria, difatti, vengono liquidati immediatamente come evitabili, come nella scena dello stupro filmato, che viene usata come mero rito di passaggio della protagonista verso uno stadio personale ulteriore. Allo stesso modo, i "comportamenti inappropriati" del personaggio interpretato dal compianto Bill Bailey servono più che altro a distruggere il rapporto amicale di Cherry con Joy, piuttosto che a gettare una luce sinistra sul mondo del cinema a luci rossi, del quale, anzi, emerge un ritratto benigno prima ancora che veritiero.
L'attenzione è tutta sull'arco caratteriale della protagonista, sulla sua disgregazione graduale, sulla perdita non tanto di una forma di innocenza, quanto di identità.
Cherry è pronta a tutto pur di affermarsi. Pronta a umiliarsi, pronta a sacrificare i suoi rapporti, pronta a provare pratiche erotiche sempre meno confortanti, pronta a distruggere chi percepisce come un ostacolo. Non ci sono scrupoli, non ci sono limiti, solo un unico ripensamento nel finale, che la salva in extremis e la redime agli occhi di chi la osseva.



Tanto che alla fine ci si chiede il perché si sia voluto ambientare questa storia nell'industria del porno. Provocazione? Può darsi, fatto sta che in un mondo post "The Girlfriend Experience" (la serie più che il film) e post "Nymphomaniac", quelle immagini di vagine, peni eretti e facial non hanno più la forza provocatrice che avrebbero avuto anni fa.
Anzi, una storia del genere avrebbe forse funzionato meglio se ambientata nel mondo dello spettacolo "mainstream", dove la perdizione e l'abuso del proprio corpo sono prezzi da pagare molto meno scontati e decisamente più disturbanti.




Così com'è, "Pleasure" è sicuramente un'opera riuscita, ma molto meno incisiva e memorabile di quanto si possa inizialmente pensare.

lunedì 20 giugno 2022

Elvis, il re del rock

Elvis

di John Carpenter.

con: Kurt Russell, Shelley Winters, Pat Hingle, Season Hubley, Melody Anderson, Bing Russell, Robert Grey, Ed Begley Jr., Charles Cyphers, James Canning, Will Gordon, Randy Grey, Will Jordan, Joe Mantegna.

Biografico

Usa 1979













16 agosto 1977: muore Elvis Presley. Il Re del rock, l'icona popolare più riconoscibile del XX secolo, la rockstar per antonomasia nonché indiscusso dio delle folle non c'è più. Il pubblico, come normale aspettarsi, è incredulo: un idolo così grande non può essere scomparso all'improvviso, non così giovane, non ora, né mai. Cominciano sin da questo momento ad essere elaborate le ipotesi più disparate: ha forse finto la sua morte per ritirarsi a vita privata, un complotto governativo ne ha causato la dipartita, è stato rapito dai servizi segreti o dagli alieni. La leggenda che lo ha sempre contraddistinto continua a vivere e anzi si intensifica. Con la sua morte, Elvis diventa leggenda.
In quel periodo, John Carpenter è sul set di "Halloween" e sta consolidando la sua carriera come autore "di genere". Mentre Kurt Russell, che pur aveva incontrato il Re sul set di "Bionde, Rosse, Brune..."  nei primi anni '60, sta portando avanti la sua carriera di attore brillante, alternando produzioni televisive a ruoli da protagonista in film per ragazzi targati Disney. 
Il fato vuole che queste tre figure si incontrassero nel migliore dei modi. Alla notizia della morte di Elvis, la ABC decide di mettere in cantiere un film di fiction sulla sua vita. Per dirigerlo, viene chiamato proprio John Carpenter, il quale assume Russell come protagonista, iniziando qui la florida collaborazione con quello che sarà il suo attore-feticcio più iconico. Trasmesso per la prima volta negli Usa l'11 febbraio 1979 e arrivato nei cinema in Europa e Australia, "Elvis, il re del rock" è una biografia sincera e accorata, un omaggio ad una figura mitica graziato da un cast affiatato, una produzione che di televisivo ha davvero poco.



"Se non ci fosse stato Elvis, non avrei mai scopato"; questa la famosa frase attribuita a Carpenter riguardo il suo rapporto con il Re. Per lui, Elvis era più di un mito, era un tassello importante della sua esistenza, legame essenziale per comprenderne il ritratto che intesse negli oltre 150 minuti di durata del biopic. La tossicodipendenza viene lasciata fuori scena, forse anche per motivi di censura televisiva, così come i rapporti ambigui con l'Amministrazione Nixon, senza contare come il racconto si interrompa nel momento in cui Elvis arriva a Las Vegas, l'ultima scintilla di gloria prima del decadimento artistico e fisico. Eppure, Carpenter riesce abilmente a schivare le derive agiografiche dello script (non suo), creando una figura sfavillante, ma a suo modo tragica.
Tragedia che prende le forme della depressione, che si manifesta in primis con la solitudine, poi con l'insicurezza, che lo porta a raffreddare i rapporti con Priscilla e la figlia Lisa-Marie. Un Elvis chiuso in sé stesso, che trova sollievo solo quando in compagnia della madre o della moglie, o quando si confronta con la sua ombra, incarnazione di quel gemello morto alla nascita che forse avrebbe potuto alleviarne le sofferenze in vita, una anima gemella strappatagli via non appena venuto al mondo.




Una figura nella quale non c'è differenza tra persona e personaggio: Elvis è sempre Elvis, sia sul palco, sia nel privato; la sua camminata ciondolante, il suo tono di voce caldo e ricercato sono parte integrante della sua persona. Da questo punto di vista, la performance di Kurt Russell risulta strepitosa nel riuscire a non trasformarne la figura in una caricatura. E, anzi, il suo impegno è tangibile nel modo in cui riesce a far sue quelle movenze, tanto da risultare un sosia perfetto nonostante le evidenti differenze fisiche; ovviamente nelle canzoni viene doppiato, nientemeno che da Ronnie McDowell, il sosia di Elvis più celebrato, la cui voce risulta indistinguibile dall'originale.




Ne merge un ritratto preciso, dolente ma mai troppo enfatico, una rappresentazione in perfetto equilibrio tra dramma e ammirazione. La cui struttura diverrà celebre: la formula fatta di ascesa, fama, caduta e redenzione sarà alla base di praticamente tutti i biopic musicali mainstream successivi, ma qui, fortunatamente, risulta ancora fresca e riuscita.

venerdì 17 giugno 2022

R.I.P. Jean-Louis Trintignant

 

1930 - 2022

Indimenticabile volto del cinema europeo, impegnato tanto in produzioni "d'autore" quanto "di genere", Trintignant ci lascia una carriera sfolgorante, avendo collaborato con mostri sacri come Michael Haneke, Dino Risi, Krzysztof Kieslowski, François Truffaut, Claude Leluch e Henri-George Clouzot.

mercoledì 15 giugno 2022

Sul Globo d'Argento

Na srebrnym globie

di Andrzej Zulawski.

con: Andrzej Seweryn, Jerzy Trela, Grzyna Dylag, Waldemar Kownzki, Iwona Bielska, Jerzy Gralek, Elzibieta Karkoszka, Andrzej Frycz, Leszek Dlugosz, Krystyna Janada, Andrzej Zulawski.

Fantascienza

Polonia, 1977-1988













---CONTIENE SPOILER---

Se "Sul Globo d'Argento" fosse stato completato nel 1977, avrebbe soffiato a "Guerre Stellari" e forse finanche a "2001: Odissea nello Spazio" il titolo di pellicola Sci-Fi più rivoluzionaria di sempre. Allo stesso modo, avrebbe sottratto a "Cannibal Holocaust" il primato nell'suo della tecnica del found-footage a fini narrativi. Avrebbe di certo anticipato la deriva ultra-visionaria della fantascienza d'autore del "Dune" di Lynch e sottratto a "Solaris" e "Metropolis" il primato di pellicola di fantascienza europea più importante mai concepita.
Purtroppo così non è stato e, ad oggi, il capolavoro di Zulawski è un'opera sita ai margini del lost-medium: visto di sfuggita in sala e in qualche sparuto passaggio sulle tv satellitari, dopo essere stato presentato a Cannes nel 1988, è ad oggi impossibile da reperire sul mercato home-video e non viene solitamente proiettato ai festival di fantascienza, sia maggiori che minori. Per poterla visionare è quindi d'obbligo ricorrere al sotto-mercato dello streaming illegale e anche lì le cose non migliorano, visto che è possibile reperire solo sottotitoli in inglese, pur basati sulla traduzione fatta dallo stesso Zulawski dei dialoghi originali.
Definire tutto ciò un peccato è riduttivo. Questa è una tragedia vera e propria, un crimine contro l'opera e il suo autore, ma in primis verso il pubblico, privato della fruibilità di un'esperiena visiva, intellettiva ed emotiva che ha davvero pochi eguali.
Per comprendere appieno questo caos, occorre come di solito tornare indietro nel tempo e scandagliare le ragioni che lo hanno generato.


E' il 1972 e Zulawski ha appena terminato il suo secondo film, "Diabel", che gli porta subito l'ositilità delle autorità polacche, le quali chiudono il film in un vero e proprio limbo distributivo che durerà quasi 18 anni. Per evitare ritorsioni, il grande artista fugge letteralmente in Francia, dove l'ambiente cinematografico lo accoglie calorosamente e qui riesce a dirigere "L'Importante è Amare", che gli dona notorietà a livello internazionale.
Notorietà che ne lava anche le "colpe" dinanzi al governo polacco, che, capendo di avere tra le mani un talento da sfruttare per il fasto nazionale, lo riaccoglie a braccia aperte e gli da praticamente carta bianca sulla sua prossima produzione. Ciò gli permette di coronare un sogno decisamente ambizioso, ossia tradurre in immagini la storia della "Trilogia Lunare", scritta dal suo avo Jerzy Zulawski e pubblicata per la prima volta a partire dal 1901, il cui primo libro vanta il record di primo romanzo di fantascienza in lingua polacca, nonché quello di essere uno dei primi scritti ad immaginare una civiltà umana sulla luna, assieme al coevo "I primi uomini sulla luna" di H.G. Welles.


Con un grosso budget a disposizione, Zulawski ed i suoi collaboratori creano costumi elaborati e sfruttano al meglio le location per creare un vero e proprio "piccolo kolossal" per restituire al meglio la grandiosità dei libri, ora condensati in un unico racconto, nonché per rendere giustizia alle tematiche affrontate. Solo per poi essere castrati.
Il nuovo ministro della cultura, ansioso di farsi un nome nell'ambiente e di provare la propria fedeltà al partito comunista, vede di cattivo occhio questa stravagante produzione. La goccia che fa traboccare il vaso è anche la più scontata, ossia la tematica principale, il concetto di "libertà" dell'Uomo, intesa sia in senso universale che particolare. Concetto che ovviamente mal si attaglia allo stile di vita sovietico e che rende l'opera pericolosa. Usando il grosso costo come scusa, adducendo la volontà di recuperare i capitali investiti, il ministero chiude la produzione, oramai giunta a circa l'80% delle riprese. Non ci vuole certo un genio per capire che è impossibile recuperare anche solo mezzo zloty troncando la produzione e impedendo la distribuzione del film in toto. Scusa vera e propria, ça va sans dire, che travolge autore e collaboratori, i quali arrivano finanche ad occultare alcuni costumi ed oggetti di scena nella speranza che la produzione possa ripartire al più presto. Cosa che non avverrà mai.


Si arriva così alla seconda metà degli anni '80. Il processo di democraticizzazzione della Polonia avviato con la fondazione di Solidarność e la fama acquisita da Zulawski nel corso del tempo portano ad un miracolo insperato: il ministero revoca la censura di "Sul Globo d'Argento" e la produzione può essere completata. Questo in teoria, perché nel frattempo gli attori sono invecchiati e le location hanno subito dei cambiamenti radicali, rendendole inutilizzabili. Il film, nelle parole del suo stesso autore, è stato irrimediabilmente "assassinato": un quinto del racconto manca alla narrazione e non può trovare forma alcuna.
Il che non impedisce a Zulawski di creare lo stesso un montato di quanto già girato. Utilizzando una tecnica "artigianale" e scarna, decide di ovviare alle mancanze usando la sua voce narrante, che spiega nell'incipit il "caso" del film e descrive le scene mancanti sulle immagini delle strade di Varsavia, nonché di quei luoghi che avrebbero dovuto ospitare le riprese macnanti all'appello.
Il risultato è un film monco, un "frammento" della visione come lui stesso lo ha definito. Ma un frammento dal quale traspare tutta la propria visione, un'opera estrema, estremamente anticonvenzionale, geniale e ai limiti del trascendente, dalle immagini indicibilmente espressive e ipnotiche.



Può l'essere umano fuggire dai propri errori? Tale è il quesito alla base dei romanzi, che Zulawski rielabora fondendolo inscindibilmente alle proprie ossessioni e alla propria poetica.
Un gruppo di astronauti abbandona la Terra e arriva su di un pianeta ignoto (la luna, nei romanzi), dove cerca di creare una nuova società umana che sia scevra dagli sbagli di quella precedente. Morto un primo membro del gruppo durante la fase dell'atterragio ed un secondo durante le prime fasi di esplorazione, la nuova umanità è data da tre figure progenitrici: Martha (Iwona Bielska), Jerzy (Jerzy Trela) e Tomasz (Leszek Dlugosz). Tomasz e Martha hanno una progenie, mentre Jerzy, a seguito della morte dei due, è l'ultimo membro della vecchia umanità.




La nuova umanità ricade nelle stesse aberrazioni della prima. Il primogenito, Tomasz II (Andrzej Frycz), diventa un capo tribù dai poteri assoluti, venerato come una divinità incarnata. E sopra di lui, Jerzy, oramai anziano, viene trasfigurato nella figura di un dio creatore, un essere sovraumano giunto dal cielo che ha dato vita da solo alla razza umana e che ora viene suo malgrado venerato come tale.
Non c'è una presa di coscienza verso il divino. Non c'è un punto zero nella storia della (nuova) umanità nel quale gli uomini decidono volontariamente di venerare il trascendente. Ciò avviene in modo naturale, automatico e senza apparente necessità. Come il male in "Diabel", anche la coscienza religiosa, per Zulawski, è una cifra oscura del tutto connaturata alla natura umana, dal quale l'Uomo non può distaccarsi, neanche volontariamente.




Questa prima parte è anche la più visionaria; la differenza fondamentale con la seconda è sita nell'uso della soggettiva, del punto di vista prevalente di Jerzy o di chi al suo posto reclama il meccanismo di registrazione. Gli sguardi in macchina dei personaggi, solitamente utilizzati per smascherare l'artificiosità della messa in scena, qui hanno l'effetto contrario e rendono la visione più verosimile, come se si stesse assistendo ad un documentario vero e proprio; sensazione acuita dai dialoghi, che come da tradizione nel cinema di Zulawski sono flussi di coscienza talvolta privi di vero significato, per questo mai artificiosi.




Con un flashforward di qualche secolo, incontriamo Marek (Andrzej Seweryn), un nuovo cosmonauta che atterra sullo strano pianeta dopo che per generazioni non ci sono stati contatti con il resto dell'umanità. Avevamo lasciato i neo-umani in disfatta: la loro impresa di colonizzare le terre al di là del mare è stata una tragedia a causa del contatto con la civiltà degli Shern ("Szern" nella nomenclatura originale), indigeni del pianeta dall'aspetto corvino. La civiltà, nel frattempo, è mutata sino a divenire una teocrazia che ha profetizzato l'arrivo di un salvatore celeste che avrebbe condotto gli uomini alla vittoria contro il nemico. E Marek viene accolto come tale.
La società è cambiata, si è stratificata passando dalla venerazione di un dio creatore e di un eroe-patriarca alla leggenda di un pianeta (la Terra) e di un salvatore. E' sorta anche una classe sacerdotale, i cui membri sono definiti "attori", ossia persone che imitano ciò che venerano, che ne sono una pura rappresentazione e, ancora prima, un'interpretazione, la quale, volontariamente o meno, ha finito per modificare il significato originario del sacro. Ed è questo l'affondo più feroce all'isitituzione religiosa: se già la religione in sé stessa è rielaborazione superstiziosa degli eventi, l'istituzionalizzazione della religione è una forma di perversione fatta e finita di quel poco di verità che vi è alla sua base.




La santificazione di Marek lo porta alla follia, la venerazione ne esalta l'ego sino alle estreme conseguenze: i falsi profeti sono creati dalla superstizione, il loro ruolo di guida designata li porta alla pazzia. E dopo essere stato sfruttato, viene distrutto, immolato come un cristo senza dio poiché la sua venuta minaccia il potere costituito. Ma la sua morte non insegna davvero nulla, non porta ad una redenzione e al perdono, sono ad un ulteriore forma di vacua idolatria.




Ma chi sono davvero gli shern? Grazie ad un delirante confronto, si scopre come queste creature siano una sorta di antitesi degli umani, ossia egli essere totalmente mossi dalla ragione. Il che non li rende migliori: a partire dalla loro forma bestiale, Zulawski sottolinea come la totale sottomissione all'intelletto puro non sia un'alternativa praticabile per evitare la barbarie, posizione informata dall'esperienza con la dittatura sovietica e il suo stretto razionalismo che ha finito per creare mostri uguali se non peggiori di quelli del fanatismo. Tant'è che in una scena mancante, fa persino ammettere a queste creature di puro intelletto come l'esistenza di un "programmatore" supremo, di un motore che muove le intelligenze e gli animi ai primi passi, sia comunque essenziale, sia su di un piano strettamente fattuale che più astrattamente gnoseologico.




La terza tribù è invece quella dedita alle passioni corporali, ossia la vecchia Terra. Corrotta da un'umanità allo sbando, la vecchia società umana è oramai marcescente. I vecchi abitanti, scienziati e uomini di cultura, sono ridotti ad ombre di ciò che erano, mentre i nuovi umani sono barbari tossicodipendenti regrediti ad uno stadio para-tribale persino più arretrato di coloro i quali vivono sulla colonia aliena.
Qui scopriamo come Marek sia stato in realtà manipolato dalla compagna e dal suo amante per lasciare il pianeta e permettere loro di copulare. L'abbandono ai sensi è anch'essa forma di autodistruzione che ha finito per consumare un'intera specie e la storia sembra ora pronta a ripetersi altrove.




Qual'è l'alternativa alla distruzione della società umana? Come arginare gli impulsi distruttivi degli uomini? Zulawski non ha la pretesa di dirlo, limitandosi ad indicare gli errori, lasciando che sia lo spettatore a decidere per se. Persino la soluzione più ovvia, ossia l'ateismo, viene sbertucciata come ennesima forma di oscurantismo, oppressione di una fazione su di un'altra che non tiene conto della realtà ma che predilige un'interpretazione coatta e mistificatoria della stessa.




Le uniche certezze sono quelle estetiche. Al di là dell'ottimo lavoro su costumi e scenografie, trionfa lo stile di messa in scena, con una camera a mano dalla potenza inusitata. Ogni movimento è programmato al centimetro per creare immagini pittoriche, dinamiche e al contempo incredibilmente plastiche. La maestria di Zulawski raggiunge qui il culmine, scatenando su schermo una potenza a tratti mozzafiato, prova del suo incontenibile talento.




"Sul Globo d'Argento" riesce così a trascendere la forma di puro cinema per farsi arte a tutto tondo. Un'esperienza onirica e visionaria che colpisce sensi e mente e non fa sconti allo spettatore, mettendolo davanti ai suoi limiti sia come fruitore che come essere vivente. Un'opera potente, trabordante, semplicemente magnifica.

martedì 14 giugno 2022

Esterno Notte (Seconda Parte)

di Marco Bellocchio.


con: Fabrizio Gifuni, Margherita Buy, Toni Servillo, Fausto Russo Alesi, Daniela Marra, Gabriel Montesi, Paolo Pierobon, Gigio Alberti.

Storico/Drammatico

Italia, Francia 2022














Negli ultimi tre episodi del dramma sul Sequestro Moro, Bellocchio chiude il cerchio sulla vicenda e si avvicina a quei personaggi lasciati ai precedentemente ai margini della narrazione.
Nel quarto, ritroviamo i sequestratori, quel gruppo affiliato alle BR già descritto con efficacia in "Buongiorno, Notte" e che qui ritrova il suo lato umano, fragile, ipocrita.


Tramite il personaggio di Adriana Faranda (Daniella Marra), Bellocchio disseziona le contraddizioni dei rivoluzionari e la loro mal sopita codardia. Chi erano davvero i brigatisti del sequestro? Null'altro che un gruppetto di esaltati, cresciuti nel mito della rivolta violenta, che in fondo non credono neanche nella fattibilità dell'utopia marxista e per questo vogliono solo avvampare in un lampo di gloria prima di scomparire, in modo simile a quello degli eroi del cinema (da cui il parallelo con "Il Mucchio Selvaggio"). La scoperta di questa loro inconsistenza porta al senso di colpa, alla realizzazione delle incongruenze tra aspirazioni e fatti, E, su tutto, a scoprire il loro totale distacco dalla realtà, la lontananza effettiva verso quel popolo che dicono di servire, ma il quale altro non è che una scusa per sfogare i propri istinti.


Il quinto episodio è purtroppo anche il più debole, concentrato sulla reazione di Eleonora Moro al dramma. Margherita Buy, abituata ad interpretare la moglie distrutta, riesce a dare una prova credibile, ma l'interesse, più che dalle sue vicissitudini, è dato dalle reazioni dei compagni di partiti e degli "onorevoli", da quelle manifestazioni di cordoglio tanto ricercate quanto vacue, sintomo di una coscienza sporca, di un'ipocrisia ai limiti dell'incontenibile.
Il sesto ed ultimo episodio è una coda, un enorme climax con il quale Bellocchio tira le fila della vicenda. Moro è morto. Moro è vivo. Se fosse sopravvissuto, la DC avrebbe dovuto fare i conti con il suo lascito, con l'abbandono, con la vergogna dell'abbandono. Ma la sua morte li ha salvati, in un certo senso, li ha resi forti per i restanti anni di potere, contribuito al biasimo popolare dei gruppi eversivi e al loro graduale spopolamento.


A Bellocchio non interessa, in definitiva, fare dietrologie, lascia in sospeso i rapporti tra il governo e i servizi segreti americani e ammette in maniera indiretta le responsabilità di Andreotti come deus ex machina del sequestro, ma senza mai cercare veri mandanti occulti. Il suo disappunto è tutto verso il partito, verso la classe dirigente, verso coloro i quali hanno prima sfruttato Moro e poi lo hanno usato come strumento per consolidare il potere, per sconfiggere un nemico sito troppo in basso per poter essere affrontato con mezzi convenzionali. E non fa sconti a nessuno.


Ne emerge un ritratto al contempo stoico e insofferente, verosimile e grottesco, un j'accuse dalla forza dirompente che non ha bisogno di urlare la propria tesi per convincere. Come solo il buon cinema e il vero impegno civile riescono a fare.