lunedì 26 luglio 2021

Old

di M.Night Shyamalan.

con: Gael Garcia Bernal, Vicky Krieps, Thomasin McKenzie, Rufus Sewell, Abbey Lee, Ken Leung, Alex Wolff,  Nikki Amuka-Bird, Aaron Pierre, Embeth Davitz, Francesca Eastwood.

Thriller

Usa 2021












Ci sono soggetti che sembrano scritti appositamente per essere adattati da un dato regista. E' il caso di "Sandcastle", graphic novel del 2010 scritta da Pierre Oscar Lévy che, con la sua storia fatta di mistero e piccoli colpi di scena, sembrava perfetta per essere trasposta su grande schermo da Shyamalan, da sempre ossessionato dalla narrazione dell'insolito e dalle atmosfere sottilmente opprimenti. E "Old" finisce così per caratterizzarsi al contempo come il perfetto esempio del cinema dell'autore e come una piccola decostruzione dello stesso, perfetta nel saper misurare i meccanismi della tensione, così come nel creare delle eccezioni ai luoghi comuni.



La distorsione temporale diventa contemporaneamente gimmick ed elemento trainante; il mistero che la circonda, però, non è oggetto del classico "Shyamalan twist" che solitamente rivolta come un calzino la narrazione. Regole e retroscena vengono invece svelati un po' alla volta, aumentando così l'immersione in una vicenda tanto semplice quanto sconvolgente.
La spiaggia diventa microcosmo sociale e la tensione monta un po' alla volta. E' facile vedere nella situazione in cui un male invisibile distrugge uno alla volta i personaggi una metafora della pandemia, non per nulla la produzione ha risentito delle restrizioni dovute al Covid-19. Più sottile è invece la metafora socio-famigliare. Da un lato abbiamo una famiglia alle soglie dello scioglimento che nella tragedia trova un'occasione per restare unita, per ritrovare quella comunione che sembrava persa. Dall'altra una serie di personaggi chiamati a convivere forzosamente in un territorio ostile, il cui odio strisciante si palesa poco per volta, fino a esplodere in violenza immotivata, figlia dell'ignoranza, ma anche di un vero e proprio deficit mentale.


A differenza del resto della sua filmografia, qui Shyamalan è chiamato a creare una tensione sottile e onnipresente; compito magistralmente riuscito: grazie alla musica e ai movimenti di macchina, la tensione è opprimente; c'è sempre qualcosa di sbagliato, di mostruoso, lasciato fuori scena, che trova pian piano il suo posto nella visione, anche quando questa è forzatamente indirizzata verso dettagli apparentemente innocui. Lo spettatore è al contempo accompagnato e sviato dell'occhio dell'autore, che mai come ora si sofferma (anche su schermo, con il suo abituale cameo) nell'osservare il gruppo di personaggi abbandonarsi alla disfatta inevitabile, sino ad un epilogo forse troppo preciso e lungo, ma al contempo soddisfacente.


Piccolo e riuscito "Old" è un thriller dai meccanismi ben oliati, che conferma il ritorno alla forma del suo autore.

venerdì 16 luglio 2021

A Classic Horror Story

di Roberto De Feo & Paolo Strippoli.

con: Matilda Lutz, Francesco Russo, Yuliia Sobol, Will Merrick, Peppino Mazzotta, Alida Baldari Calabria, Cristina Donadio, Justin Korovkin.

Horror

Italia 2021















---CONTIENE SPOILER---

Fermatevi se l'avete già sentita: un gruppo eterogeneo di persone, di ritorno al paese d'origine, finisce fuori strada e si ritrova in un luogo ostile, abitato da strane e sinistre creature assetate di sangue. Ai più verrà in mente il capostipite del filone "The Texas Chainsaw Massacre", ai più giovani il relativo remake anni '00 o l'infinita serie di "Wrong Turn" (recente reboot compreso), ai più dotti il cult di Rob Zombie "La Casa dei 1000 Corpi", che già vent'anni fa giocava con una premessa del genere.
Premessa trita fino all'osso, talmente classica da essere diventata scontata. E Roberto De Feo (qui in coppia con l'esordiente Paolo Strippoli) è ovviamente cosciente di una cosa del genere, per questo decide di imbastire questa sua nuova fatica sulla totale mancanza di originalità. Il che non è per forza un male.



Abbandonato l'horror gotico di "The Nest", ritroviamo piacevolmente un filone non troppo frequentato in Italia, ossia il folk horror alla "Midsommar". Teatro del massacro è l'entroterra calabrese, mitologia alla base è l'inedita origine della mafia, con la leggenda dei crociati Osso, Mastrosso e Cagnosso, fondatori della 'Ndrangheta, che rivivono come divinità pagane affamate di sacrifici umani. E come final girl ritroviamo Matilda Lutz, che ha appena fatto in tempo a pulirsi di dosso i galloni di sangue di "Revenge" per ritrovarsi in un ruolo tutto sommato simile.
Ma a De Feo e Strippoli la rievocazione pittoresca dei miti meridionali interessa fino ad un certo punto.


La prima parte del film è ovviamente quella dedicata allo slasher, con i personaggi perseguitati dai sinistri contadini e dai loro padroni sanguinari. E qui i due registi si divertono a trasformare la campagna italiana in una perfetta terra di nessuno, nella quale immergere loop temporali e scenografie evocative: il design della casa-cappella dei sacrifici è splendido, così come i dipinti che rievocano il mito alla base della storia. L'atmosfera è azzeccata e affascinante, ma purtroppo la narrazione paga lo scotto di un cast di personaggi volutamente stereotipato. Tolta la final girl di turno, torna a fare la sua comparsa il personaggio dello sfigato, affiancato dalla coppia di americani antipatici e una figura in parte inedita, ossia il padre di famiglia esaurito che sembra più un omaggio al drammone italiota che alla tradizione orrorifica nostrana. Personaggi tutti rigorosamente messi al servizio della narrazione, quando non strettamente antipatici, tant'è che la loro dipartita lascia sempre freddi.



Ma è proprio qui che gli autori svelano il gioco: calata la maschera folkloristica, De Feo e Strippoli effettuano una giravolta in toni e storia e trasformano il loro "Midsommar" made in Calabria in un meta-horror anni 2000, con tanto di deus ex machina folle. Ed è qui che comincia il vero discorso filmico del duo, ossia la destrutturazione delle meccaniche narrative del cinema horror classico.
Si parte da un dato un po' scontato: l'horror italiano è morto, in Italia non sappiamo (più) fare film dell'orrore; da qui la volontà di creare un nuovo tipo di horror, classico per il cinema internazionale, inedito per quello nostrano. Il folk horror non è mai stato di certo tra i cavalli di battaglia del genere in Italia, da qui la scelta di un filone ricostruito su di una narrazione volutamente trita; e se i riferimenti metareferenziali sono ovvi fino allo scontato (al solito Sam Raimi, padre di tutte le case infestate nei boschi del cinema moderno), il gioco di distruzione sfrontato riesce a tratti a convincere. Non si può non sorridere davanti alla fucilata (liberatoria) contro la pestifera bambina o a quella contro il regista e persino l'omaggio diretto al capolavoro di Hooper trova una sua ragione estetico-narrativa.
Meno riuscito è il discorso generazionale, troppo superficiale, lasciato com'è alla sola scena post-credit: se davvero si vuole sbattere in faccia agli imberbi la capacità nostrana di creare ottimo cinema di genere, il discorso sarebbe dovuto essere più articolato e partire, in modo in fondo non poi tanto scontato, dalla tradizione.



In generale, "A Classic Horror Story" paga il difetto di voler essere un film intelligente prima ancora che un onesto prodotto di genere, riuscendo tutto sommato a divertire per la sua durata, ma senza lasciare allo spettatore nulla di davvero concreto su cui riflettere o al quale appassionarsi. Un'operazione simpatica, ma un vero folk horror forse sarebbe stato decisamente meglio accetto in un panorama come quello del genere italiano, da fin troppo anni, oramai, in attesa di riaffermarsi.

lunedì 12 luglio 2021

Black Widow

di Cate Shortland.

con: Scarlett Johansson, Florence Pugh, David Harbour, Rachel Weisz, Olga Kurylenko, Ray Winstone, William Hurt.

Azione

Usa 2021
















Con sonoro ritardo rispetto alle controparti in streaming, arriva anche su grande schermo la Quarta Fase dei Marvel Studios. Finita la "Saga dell'Infinito", con la storyline principale successiva snodatasi attraverso gli episodi di "WandaVision" e di "The Falcon and the Winter Soldier", ora "Black Widow" fa un tuffo nel passato di uno dei personaggi più apprezzati, almeno dai fan, la Vedova Nera di Scarlett Johannson che vede la propria origin story compilata in maniera postuma, giusto perché Kevin Feige e soci aveva deciso di usare la Capitan Marvel di Brie Larson come volto femminile degli Avengers, senza riuscire ad ottenere i consensi sperati. E non c'è da meravigliarsi, visto l'atteggiamento tossico di Brie Larson nei confronti di chiunque non sia Brie Larson. 
Il ritorno della Vedova Nera permette almeno alla Johansson di avere un proprio film da solista, con la regia affidata come da tradizione ad un'autrice proveniente dal cinema indie ed un cast che conta anche due delle migliori attrici di Hollywood, ossia la veterana Rachel Weisz e la giovane ma affiatatissima Florence Pugh. Operazione riuscita?


In pochi oramai lo ricardano, ma Natasha Romanoff esordì sulle pagine delle testate Marvel nelle vesti di villain, una femme fatale nemica di Iron Man che usa la seduzione per attirare e distruggere i nemici.
E' il 1964 e la Romanoff è una spia del Cremlino incaricata di uccidere Tony Stark, pena la morte.
Ma già nel 1965 la ritroviamo riformata e nelle fila dei Vendicatori, al fianco di Occhio di Falco, inizialmente suo partner, pronta per combattere quelle minacce che prima serviva. Nel 1973, invece, appare per la prima volta con il suo look "definitivo", ossia tutina in pelle nera e capelli rossi, affiancandosi a Daredevil, con il quale condividerà molte storie e persino una love-story tormentata.
Così come tormentata è la sua storia, fatta di abusi e rinascite, sconfitte clamorose e rivincite, nel puro stile femme-fatale che non si toglierà mai di dosso e che la caratterizzerà anche su grande schermo.


"Black Widow" rientra a pieno nel filone supereroistico-femminista, spostando l'accento sull'umanità del personaggio come in "Wonder Woman", piuttosto che farne una fantasia di potere a là "Captain Marvel"; questo flashback, ambientato subito dopo "Captain America: Civil War", fa luce sul passato della Rossa Fatale e la descrive come un'orfana stretta, suo malgrado, tra due famiglie.
Da un lato l'organizzazione delle "Vedove Nere", retta con pugno di ferro dal patriarca Dreykov (Winstone), che sfrutta ragazze orfane per trasformarle in killer prive di volontà, schiave che esistono solo per servirlo. Dall'altro, la famiglia "di facciata" guidata da Red Guardian (David Harbour), creata ad hoc per una missione sotto copertura in territorio americano, ma i cui rapporti si rivelano tanto veri quanto quelli di una vera famiglia. Natasha si trova così a dover rimettere insieme i pezzi della sua vita e a ristabilire un rapporto con la sorella surrogata Yelena (Florence Pugh), più che mai bisognosa del sui aiuto.


Il modello di riferimento generale è l'action alla 007, citato esplicitamente con le immagini di "Moonraker": ogni location ha una sua sequenza d'azione, ben coreografata, ma talvolta non ben enfatizzata dalla regia. Cate Shortland si trova più a suo agio quando dirige gli attori e, di fatto , le scene intimiste sono decisamente più salde, mentre quelle spettacolari soffrono di una certa ordinarietà. Il lavoro sui personaggi paga bene, merito anche degli attori; in particolare, Florence Pugh finisce sovente per rubare la scena alla Johansson, complice anche il suo ruolo di erede del titolo di Vedova Nera. E come da tradizione Marvel Studios, del tutto piatto è il ruolo dei cattivi, con un patriarca malvagio che vuole dominare il mondo e Taskmaster ridotto a Terminator depotenziato per movimentare i tempi morti, due figure puramente di servizio, prive di originalità e di mordente.


Lo spaccato umano finisce così per essere l'aspetto più riuscito del film, benché non raggiunga l'empatia vista nel migliore "Guardiani della Galassia vol.2"; la metafora femminista, per quanto presente, si limita a dare un tocco in più alla storia, senza mai riuscire a colpire davvero. Tutto sommato, questo one-shot sulla Vedova Nera si lascia ben guardare, pur configurandosi come nulla di davvero memorabile.

venerdì 9 luglio 2021

Intervista

di Federico Fellini.

con: Federico Fellini, Sergio Rubini, Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Antonella Ponziani, Maurizio Mein, Paola Liguori, Antonio Cantafora, Lara Wendel.

Italia 1987

















La cosa peggiore che possa accadere ad un autore, anche al più grande fra tutti, è quella di ripetersi, di reiterare temi e stilemi del proprio cinema senza aggiungere nulla di nuovo e, peggio, senza riuscire a toccare l'apice raggiunto in passato con opere simili. Cosa che, purtroppo, avviene per Fellini ed il suo "Intervista", mix tra nostalgia del passato, autoritratto ironico e spaccato di un mondo giunto alla sua fase terminale che il grande artista dedica al mondo del cinema, del suo cinema, senza però riuscire a dire nulla più di quanto già fatto nelle sue precedenti opere.


C'è la rielaborazione del passato di "Amarcord" e, soprattutto, di "Roma", la descrizione decadente dell'arte filmica filtrata tramite un occhio crepuscolare simile a "E la Nave Va", persino una rievocazione de "La Dolce Vita" e la cronaca zibaldonesca di idee e umori di "8 1/2" in questo vero e proprio testamento spirituale del cinema felliniano. Il luogo è quantomai essenziale: Cinecittà, punto zero dell'opera felliniana, non-luogo nel quale sovente Fellini ricostruisce i suoi mondi. E con la scusa di un intervista fatta da una tv giapponese, mentre si appresta ad avviare la produzione di una trasposizione dell' "America" di Kafka, il grande autore si confessa, ritorna con la mente al passato, fa le prove per il futuro e, su tutto, riflette sullo stato delle cose, del cinema, dell'avvenire fosco che sembra attenderlo, mentre i suoi personaggi danzano in tondo una piccola elegia di quel mondo fatato che fu.


Vive di trovate geniali alternate ad altre più stanche, questa "Intervista". Fra tutto, è proprio la precognizione della morte dell'arte filmica in Italia a colpire, per motivi fin troppo ovvi. La visione dei palazzoni che fagocitano un po' per volta il territorio di Cinecittà, togliendo spazio all'arte in nome della speculazione, affiancata a quella penultima immagine dei "barbari armati di antenne" che assaltano i mestieranti della Settima Arte che, in barba a tutto, cercano di resistere, è la perfetta epifania di una fabbrica che sta per chiudere i battenti, di un mondo schiacciato dalla moda, proprio lì, in quel luogo dove un tempo si muovevano gangster e gladiatori e che presto avrebbe ospitato solo starlette e burlette da reality. Se l'abilità di Fellini è sempre stata quella di rileggere il passato e creare una maschera impietosa e ai limiti del folle della realtà, ora tocca una dimensione inedita, quella del futuro, che riesce ad anticipare con tragica efficacia.


Se il futuro è interessante e vivido, altrettanto riuscita è la rievocazione del passato. Torna l'amico-feticcio Marcello Mastroianni, novello Mandrake che assieme all'amico-demiurgo si riunisce con Anita Ekberg per perdersi in una celebrazione di quel capolavoro che tante vita ha toccato e tanto ha emozionato. Ma quella di Fellini non è una vera recherche proustiana, quanto la voglia di rivedere, anche per un solo attimo fugace, quei tempi ormai indissolubilmente andati, non tanto per rimpiangerli, quanto per compiacersene in modo gioioso, assieme a quelli amici che li hanno resi unici. E, al contempo, omaggiare la bellezza di una sua musa ancora oggi (all'ora) affascinante.


La rievocazione del passato personale, d'altro canto, paga lo scotto del già visto, adagiandosi su quei territori oramai inevitabilmente classificabili come "felliniani". Con un giovane Sergio Rubini nei suoi panni, Fellini rievoca l'arrivo a Cinecittà nel 1940, il suo viaggio in tram verso la destinazione di una vita e l'incontro con una voluttuosa diva. Ma le visioni portate qui in scena non hanno la forza immaginifica del passato, né riescono ad imporsi da sole nell'immaginazione dello spettatore, restando in un limbo, sospese tra la fantasia più pura e la narrazione stantia di eventi in parte già visti, emozioni già vissute con maggior vigore.



Allo stesso modo, lo spaccato del mondo della produzione filmica non riesce a stupire. Fellini finisce per rifare sè stesso e a riproporre quell'immaginario, oramai stantio, fatto di facce buffe, donne giunoniche, giovani bellocci, geni e ciarlatani tutti ritratti con un sorriso di compiacimento fin troppo evidente. Le immagini finiscono così per diventare dei doppi di un passato più fulgido, riproposizioni stanche e vetuste di un cinema che ha perso la sua carica vitale e che ora sembra vivere solo in una zona a metà tra il passato e il futuro, tra la rielaborazione e la pura fantasia, senza riuscire a dare un ritratto credibile o anche semplicemente riuscito di un presente che, forse, calzava in realtà fin troppo stretto ad una mente euforica e geniale come quella del grande Federico.



Il peggior Fellini? Non proprio: le posizioni oltranziste e reazionarie prese ne "La Città delle Donne" sono decisamente più fastidiose di quanto qui visto e, allo stesso modo, il successivo e terminale "La Voce della Luna" presenterà una vera e propria crisi creativa d'autore. "Intervista" è, più che altro, una ripetizione scialba del passato, che nulla aggiunge a quanto visto, né raggiunge i vertici già toccati in una filmografia altrimenti geniale

martedì 6 luglio 2021

R.I.P. Richard Donner


 1930 - 2021

Padre indiscusso del comic-movie moderno, artigiano dal mestiere solidissimo, in grado di creare immagini enfatiche e di dirigere gli attori con brio, Richard Donner è stato uno dei migliori mestieranti di Hollywood, fautore di classici moderni già immortali, cult amatissimi ma anche di piccole perle da riscoprire, come l'ultimo "Solo 2 Ore" o il delicato "Il Grande Volo".

mercoledì 30 giugno 2021

L'Altra Faccia dell'Amore

The Music Lovers

di Ken Russell.

con: Richard Chamberlain, Glenda Jackson, Max Adrian, Christopher Gable, Kenneth Colley, Izabella Telezynska, Bruce Robinson, Sabina Maydelle.

Biografico/Drammatico

Inghilterra 1971













Il biopic d'autore è un filone molto frequentato dal cinema di Ken Russell. Basti pensare al Franz Liszt di "Lisztomania" (1975), al Rodolfo Valentino dell'omonimo "Valentino" (1977), al Mahler de "La Perdizione" (1974) o al Brzeska di "Messia Selvaggio" (1972). L'amore di Russell per l'arte, in special modo per la musica, sboccia già nei primi anni della sua carriera, quando la BBC lo incarica di dirigere una serie di special sui grandi maestri della classica. Già in questa occasione, il grande regista elabora uno stile moderno, quasi pop, con il quale porta in immagini la musica classica, una sperimentazione che trova pieno compimento nel 1971, anno in cui firma "The Music Lovers", biografia di Piotr Tchaikovsky (1840-1893) strutturata come un dramma e condotta come un musical vero e proprio, ricamato sulle note immortali dell'artista, in un biopic ancora oggi moderno, ritmato ed espressivo.


La figura di Tchaikovsky veniva evocata già nell'ultimo atto di "Donne in Amore", dove il dramma derivante dalla sua omosessualità veniva sbeffeggiato dai protagonisti. Ed è proprio questo dramma, con i suoi personaggi e le relative conseguenze, che Russell porta ora in scena. Piotr Tchaikovsky trova un perfetto interprete in Richard Chamberlain, che ben ne fa trasparire i turbamenti: impegnato in una relazione omosessuale con il conte Chiluvsky (Christopher Gable), il grande compositore teme lo scandalo e decide così di sposarsi con la spasimante Nina (Glenda Jackson), meretrice e ninfomane. Ma il vero dramma deve ancora aver luogo: il matrimonio tra i due non viene consumato, il che li porta ad una forte crisi interiore ed esteriore. Nel frattempo, Piotr trova una mecenate nella nobile von Meck (Izabella Telezynska), perdutamente attratta dalla sua arte.


Il dramma poggia così su quattro figure cardine: il compositore, la moglie, la mecenate e il di lui amante. Un ruolo minore ma essenziale ha, almeno nella prima parte, il personaggio di Sasha (Sabina Maydelle), sorella di Tchaikovsky e da lui vista come compagna ideale. La tensione tra i personaggi è palpabile: Tchaikovsky teme per la propria reputazione, ma non riesce a scrollarsi di dosso l'attrazione maschile, né a trovare una forma di comunione con la compagna, né sul piano fisico, nè su quello spirituale, sul quale, anzi, riesce a trovare un intesa con la von Meck, la quale idealizza la sua figura ammaliata dalla sua musica e diventa un oggetto del desiderio etereo, una musa evanescente ma al contempo sempre presente.
Il turbamento interiore trova forma nella bellissima scena del treno, dove la mancata consumazione dell'atto amoroso si tinge di un'atmosfera orrorifica, basata sui contrasti luce/ombra, sul disagio del protagonista e sull'estasi monca della donna.
Allo stesso modo, la relazione intricata tra i personaggi viene portata in scena tramite i movimenti di macchina nella bellissima scena d'apertura, il concerto nel quale si formano le attrazioni.


La classicità solitamente ancorata alla messa in scena della musica operistica viene letteralmente gettata dalla finestra; da sempre accusato di adoperare uno stile eccessivo e barocco, Russell porta in scena il biopic a modo suo; e per essere chiari, i termini "eccessivo" e "barocco" sono calzanti, ma non nella loro accezione negativa.
Russell fonde storia, personaggi, umori e sensazioni con la musica, che diviene essenza stessa del racconto; da qui la struttura quasi da musical dal film, il quale usa le parti in prosa come trait d'union con le sequenze in cui è la classica a divenire mezzo narrativo, sulla quale viene adagiato il dramma. Le sequenze dell'incontro al concerto, della lettera, della prima notte di nozze, del tradimento e del trionfo sono così ancorate alla partitura originale dei concerti e delle opere, in un'opera non di affiancamento, ma di totale fusione che, pur non raggiungendo uno stato di perfezione, riesce ugualmente ad ammaliare.



Ma il linguaggio di Russell non si ferma alla mera unione di immagini e musica, ridefinendo il modo di inquadrare l'esecuzione delle opere. Al bando la staticità propria del classicismo "da salotto", la regia fa un gran uso di camera a mano per inseguire le note suonate dal protagonista, quando non segue direttamente i personaggi in un percorso di messa in scena dinamico e tridimensionale. Russell trova poi un'inedita pittoricità nelle sequenze oniriche, volutamente artefatte, patinate e rarefatte, visioni di una perfezione talmente alta da risaltare subito come fasulla.


"The Music Lovers" trova così una dimensione perfetta nel modo in cui restituisce la grandezza della musica di Tchaikovsky su Grande Schermo, con uno stile ipercinetico e talmente moderno da spiazzare e convincere ancora oggi.

mercoledì 23 giugno 2021

Diabel

di Andrzej Zulawski.

con: Leszek Teleszynski, Malgoratza Braunek, Wojciech Pszoniac, Iga Mayr, Anna Parzonka, Michal Grudzinski, Monica Niemczyc.

Drammatico/Horror

Polonia 1972















L'istinto distruttivo dell'uomo è una forma "accettabile" di follia? Un quesito di difficile soluzione, cui Zulawski tenta di dare una risposta con "Diabel", una delle sue pellicole più sovversive e astratte.


Nella Polonia del XVIII Secolo, il giovane Jakub (Leszek Teleszynski), imprigionato a causa di un fallito attentato contro il sovrano, ritrova la libertà grazie all'intevento di uno strano figuro di nero vestito (Wojciech Pszoniac). Accompagnato da una suora (Monica Niemczyc), il giovane inizia così un viaggio di ritorno verso casa, solo per scoprire come l'intero mondo sia cambiato.


L'atto di ribellione è, in questo caso, la molla che fa scattare la follia, la "mutazione" umana e percettiva di Jakub, il quale diviene divorato, un po' alla volta e definitivamente, dalla sete di sangue. Due le forze che lo guidano: da un lato il Male, che prende le forme di uno strano diavolo dai modi teatrali, un arlecchino che lo sprona nei suoi intenti violenti e dissacratori. Dall'altro la monaca, figura religiosa che assiste passivamente agli eventi; non un "Bene" nel senso stretto del termine, quanto l'insieme di quelle qualità umanitarie e morali che accompagnano l'essere umano, una forma di super-io il quale viene sovente ignorato.
Il cammino di Jakub non è redenzione in senso stretto, non viene intrapreso per purgare sé stessi, quanto per assistere e ovviare alle storture che lo circondano: la morte del padre, il ritorno della madre, scomparsa, ora affermatasi socialmente grazie al meretricio e il tradimento della promessa sposa con il suo migliore amico. Jakub è, in tal senso, una forza disgregatrice che distrugge tutto ciò che tocca, che uccide deliberatamente qualsiasi persona gli sia vicino e dissacra tutto ciò che gli si para innanzi. Da qui anche l'uso dell'incesto come metafora della distruzione del valore famigliare, dell'avvelenamento dei rapporti un tempo genuini.


Se Jakub è ferocia, non meno feroce di lui è il mondo che lo circonda, quasi un inferno in terra dove tutto sembra essere stato assimilato al male, ritorto in una forma grottesca e maligna, i cui spasmi di follia non sono diversi da quelli del protagonista.
La violenza diviene così forza plasmatrice che, distruggendo, fa a pezzi un ordine percepito come malsano, da cui il tema dell'anarchia, dell'attentato all'ordine costituito per ricrearlo in una forma più giusta. Ma al male non segue giustizia e quello che dovrebbe essere nuovo equilibrio è altresì puro caos che finisce per consumare tutto, persino l'agente provocatore che lo usa come affermazione di sé.



Ogni elemento sociale in "Diabel" è corrotto. La famiglia diviene luogo di incesto, dove fratelli ritrovati si appropriano della casa paterna e del corpo della sorella. La figura paterna, in primis, è assente, presentata come un cadavere, quasi un doppio di quel sovrano che si voleva distruggere e la cui assenza è forse essa stessa causa della rovina. La figura materna, d'altro canto, è corrotta, trasformata da forza creatrice ad ammasso di carne per il sollazzo del corpo, con l'incesto che diviene il doppio malato dell'affetto, oramai corroso dal male. Le figure dei saltimbanchi sono quasi dei doppi della stessa società, ridotta ad un'ombra, ad un gruppo di figuranti impegnati nella ripetizione di gesti ormai vuoti e fini a sé stessi. E se il nucleo famigliare primigeneo è un cadavere in decomposizione, la famiglia che il protagonista avrebbe dovuto costituire con la sua fidanzata è ora un corpo estraneo, dove la nascita di un figlio torna ad essere momento orribile, che coincide con la morte piuttosto che con la generazione della vita.


Il caos è il padrone delle vite, la violenza mezzo di creazione, corruzione e distruzione. Eppure, in un finale sorprendente, Zulawski afferma come in realtà la soluzione al male sia a portata di mano, in quei valori che, bene o male, accompagnano l'uomo nella sua vita e che sono in grado di distruggere la sua parte più bestiale; benché questa presa di posizione arrivi tardi, quando oramai tutto è perduto per Jakub e per coloro che ha distrutto, è comunque una forma di salvezza, la quale non porta frutti solo perché ignorata, data per scontata e mai seguita.


Lo stile dell'autore si fa ora più preciso. La camera a mano riesce a creare immagini al solito ipnotiche, ma anche estremamente pittoriche, ricercate nella loro forma solo apparentemente casuale, dove ogni movimento dei corpi e del corpo della macchina da presa stesso è in realtà premeditato al centimetro. L'uso del colore si fa ora più marcato, con tonalità fredde che privano i corpi della loro umanità per trasformarli in cadaveri semventi, ombre di un'umanità al collasso.
E "Diabel" conferma la grandezza del suo autore, un proseguo decisamente più cupo e disperato del suo esordio, che riesce ad ammaliare e sconvolgere.