lunedì 15 luglio 2024

Immaculate- La Prescelta

Immaculate

di Michael Mohan.

con: Sydney Sweeney, Álvaro Morte, Simona Tabasco, Benedetta Porcaroli, Giorgio Colangeli, Dora Romano, Giulia Heathfield Di Renzi, Giampiero Judica.

Horror

Usa, Italia 2024













---CONTIENE SPOILER---

Con un budget di circa 9 milioni di dollari e un incasso mondiale (ad oggi) di circa 28, Immaculate non è certo stato un successo da strapparsi i capelli, eppure già alla sua uscita in Usa, qualche mese fa, si è molto parlato di questo piccolissimo horror demoniaco. Il perché sembra riguardare più che altro la presenza di Sydney Sweeney, oramai sulla via dello stardom nonostante abbia sotto suo nome praticamente il solo successo di Anyone but You. E la presenza della bellissima starlette è uno dei pochi veri motivi di interesse di un horror che presenta una vera e propria parata di cliché, sebbene conditi da qualche idea interessante e da un'esecuzione non malvagia.



La storia è quanto di più scontato si possa immagine: Cecilia, novizia americana, si reca in un convento adibito a casa di cura nelle campagne laziali per prendere i voti e presto scopre di essere rimasta incinta per miracolo. Un luogo comune abusato dai tempi di Rosemary's Baby, quello della gravidanza diabolica, che quest'anno è stato al centro anche di Omen- Le Origini del Presagio, uscito in patria giusto una decina di giorni dopo dopo Immaculate.
Il film della Sweeney, in compenso, ha la novità di presentare suore sboccate che si lavano con una tunica che lascia intravedere i seni e che fanno feste a base di vino sedute ad un tavolo a forma di croce, come in un revival del nunsploitation anni '70. La verosimiglianza non è certo nelle corde della regia di Michael Mohan e alla fine il racconto regge per altri motivi.




In primis il lavoro degli attori; la Sweeney ha capito di dover dimostrare di non essere solo un bel viso su di un corpo di dea dell'amore e si impegna tantissimo in ogni scena (come accadeva in Madame Web), riuscendo davvero nell'intento di presentarsi come un'attrice vera e propria. Álvaro Morte toglie gli occhiali del professore de La Casa di Carta per indossare la tonaca e sebbene sia troppo giovane per il ruolo, alla fine risulta anche lui credibile. Benedetta Porcaroli fa la suora ex donna di strada con una bocca da fogna e a tratti ruba la scena, mentre tutte le altre attrici risultano davvero in parte nel ruolo delle monache malvage. In compenso, Giampiero Judica mette in imbarazzo ogni volta che apre bocca, visto che non si fa doppiare.




Tutta la tensione si snoda in modo classico: nel convento c'è qualcosa di sinistro, strani rumori, strani fenomeni, strane vecchiette a un passo dalla morte che si comportano in modo strano. Suor Cecilia vaga per i corridoi beccandosi lo spavento di turno, sovente ottenuto con il più classico jump-scare. La regia di Mohan, semmai, riesce ad essere simpatica in primis perché bene o male a tratti azzecca la giusta atmosfera (quando ovviamente decide di non voler sconfinare nel kitsch), in secondo luogo grazie a dei tocchi splatter solitamente alieni negli horror demoniaci mainstream, i quali riescono a introdurre un fattore di shock in una costruzione dell'elemento orrorifico altrimenti sempre convenzionale.
Al di là dello splatter, a sorprendere positivamente sono il risvolto della storia, con la rivelazione sull'effettiva natura della gravidanza, e soprattutto la costruzione delle scene della regia.



Il colpo di scena risiede nel fatto che alla fine di demoniaco non c'è quasi nulla; ad instillare la gravidanza miracolosa è stata la scienza, con il prete di Álvaro Morte che ha deciso di clonare Gesù e farlo tornare sulla Terra prima del tempo; non è chiaro poi se tale piano che non sfigurerebbe in un fumetto sia limitato alla frangia di ecclesiasti che risiedono in quel dato convento o se sia condiviso da tutta Roma; proprio per questo il film è stato accusato di blasfemia, quando di blasfemo non c'è davvero nulla visto che la protagonista legge apertamente il passaggio della Bibbia dove si mette in correlazione tale piano da villain con l'influenza del diavolo. 
Una trovata certamente bizzarra che concede al tutto un alone di necessaria originalità.


L'altro motivo di interesse è la regia di Mohan, che sebbene pecchi in trovate pacchiane, quando si tratta di costruire la singola scena sa come fare, con soluzioni accattivanti come la panoramica che parte dallo specchio per arrivare al corpo martoriato della protagonista nella scena in cui viene azzoppata o quel bel epilogo girato come un primo piano in piano sequenza, che permette anche alla Sweeney di sfoggiare le sue doti di attrice.
Immaculate riesce così nell'intento di essere un horretto tutto sommato godibile. Nulla di rimarchevole o particolarmente memorabile, praticamente un onesto B-Movie stagionale.

venerdì 12 luglio 2024

R.I.P. Shelley Duvall



 1949 - 2024

La si potrebbe ricordare solo come la Wendy di Shining, un ruolo che l'ha certo resa immortale, ma che finisce automaticamente per restringere la carriera di un'attrice che invece ha ricoperto parti importanti in tanto cinema d'autore americano.
Shelley Duvall aveva un volto particolare, certamente lontano da molti canoni di bellezza, eppure a suo modo affascinante. La militanza tra le file dei collaboratori abituali di Robert Altman le ha consentito di avviare una carriera solida, che ha regalato ruoli interessanti in alcune pellicole ad oggi davvero sottovalutate.





Anche gli Uccelli Uccidono (1970)




I Compari (1971)




Gang (1974)




Nashville (1975)




Io e Annie (1977)




3 Donne (1977)




Frankeweenie (1984)




Ritratto di Signora (1996)

lunedì 8 luglio 2024

Beverly Hills Cop- Axel F

Beverly Hills Cop: Axel F

di Mark Malloy.

con: Eddie Murphy, Taylour Paige,  Joseph Gordon-Levitt,  Judge Reinhold, John Ashton, Kevin Bacon, Bronson Pinchot, Paul Reiser, Luis Guzman.

Commedia/Poliziesco

Usa 2024 













Il quarto film delle avventure del detective Axel Foley pare fosse in produzione dalla fine degli anni '90 e la sudditanza nel limbo del development hell non deve stupire, in primis a causa del cocente flop di Beverly Hills Cop III, che nel 1994 deluse sia i fan di Eddie Murphy che quelli di John Landis; non che il primo sequel, diretto da Tony Scott, fosse una degna continuazione di quello che tutt'oggi è uno dei migliori esempi di connubio tra commedia e poliziesco, ma quel terzo film aveva finito per arrancare praticamente in tutto. Il successivo flop di Pluto Nash e la perdita di credibilità di Murphy come superstar avevano posto un freno ulteriore al progetto, il quale sembrava dovesse ripartire una quindicina di anni fa, ma anche allora ci fu un grosso problema, ossia uno script a dir poco orrendo, dove Axel Foley veniva trasformato in un detective taciturno e brutale e gli si affiancava un partner come linea comica, in un'operazione che non avrebbe capito un accidente dello spirito della serie.
Per Murphy, d'altro canto, la riesumazione del suo primo ruolo da protagonista assoluto al cinema era un passo d'obbligo. Oscillando costantemente tra ritorni in auge e cadute di tono, la sua carriera è arrivata al punto nel quale necessita di un progetto per stabilizzarsi definitivamente, pena una pensione non voluta per l'ex ragazzo prodigio del Saturday Night Live.
Axel F arriva ad esistenza solo grazie ai capitali di Netflix, direttamente in streaming e come un legacy sequel che tenta di rivendere al pubblico odierno i fasti del 1984. Paradossalmente, di legacy sequel finisce per avere ben poco, per fortuna.




Gli anni passano anche per il detective cazzaro migliore di Detroit e Beverly Hills e Axel Foley ora ne ha oltre 60, ma di andare in pensione non ci pensa neanche. Dopo l'ennesimo rocambolesco arresto per le strade di Motor City,  viene contattato dall'amico e collega Billy Rosewood (Judge Reinholds) per un nuovo caso; la novità è che questa volta è coinvolta anche la figlia di Axel, Jane (Taylour Paige), avvocato alle prese con l'uccisione di un poliziotto sotto copertura. Per il buon Axel è quindi è arrivato il momento di tornare a L.A.




Un legacy sequel dove gli elementi essenziali del filone finiscono quasi per mancare: Foley non è un vecchio alienato in un mondo che non riconosce e al quale deve dimostrare di non essere obsoleto, non c'è la riunione nostalgica dei vecchi personaggi a inizio o a metà film, i personaggi non chiosano su come "le cose non si facciano più così" se non in minima parte, non c'è la riproposizione di elementi cult del primo film riportati meccanicamente per creare un artificioso effetto nostalgia; e quando i riferimenti al passato ci sono, sono innocui, come i titoli sulle note di The Heat is On, la gag alla reception dell'hotel di lusso o quell'epilogo che serve solo a far tornare insieme il trio di protagonisti in un'unica inquadratura, giustamente lasciata in coda perché mai davvero essenziale.




Quando i volti noti ritornano, il tutto viene fatto in modo essenziale, dando loro il giusto posto nella storia: il personaggio di Paul Reiser è ora divenuto capitano, Billy Rosewood viene introdotto come motore degli eventi e poi tenuto da parte fino all'ultimo atto, Taggart ritorna dopo la sua assenza nel terzo film e nonostante l'età anagrafica non lo consenta risulta lo stesso credibile come capitano del distretto di Beverly Hills; persino Bronson Pinchot, la cui inclusione era la più rischiosa, finisce per avere un ruolo gustoso, che aggiunge perfino quella tendenza eterosessuale al personaggio la quale risulta inedita e divertente. Quando poi arrivano le new entry, sono dei volti che non si vedono mai abbastanza, come Kevin Bacon e soprattutto quel Joseph Gordon-Levitt che sembrava letteralmente sparito negli ultimi anni ma che dimostra di avere anch'egli ancora grinta.
Per il resto, Axel F è in tutto e per tutto una quarta avventura per il poliziotto dai modi spicci e la lingua veloce, tanto che sarebbe potuto tranquillamente essere stato prodotto a suo tempo con ben pochi aggiustamenti. L'unico dei quali riguarda il personaggio di Jane, il quale già qui risulta un po' forzato a causa della sua età anagrafica, che in teoria avrebbe dovuto portare a farla apparire già nel terzo film, dove però non c'era traccia né di lei, né della madre. Per il resto è anzi un'aggiunta interessante.




Il rapporto padre-figlia a tratti sostituisce quello del classico buddy cop movie, con Axel che si confronta con il lascito della sua carriera; una figlia ora donna in carriera ultratrentenne la quale ha rinnegato il padre, reo di averla abbandonata. Abbandono in realtà dovuto, come da copione, per proteggerla, il che getta la luce della maturazione sul personaggio, al quale, oltre alla rettitudine che lo ha sempre contraddistinto, ora si aggiunge l'abbraccio della responsabilità genitoriale.
Per il resto, per fortuna, Axel Foley è sempre lo stesso e Eddie Murphy riesce ancora ad incarnarlo con tutta l'energia necessaria.




Lo script approvato da Murphy non offre chissà quali particolari spunti di interesse. La formula è sempre la stessa, cioè quella di un poliziesco vero e proprio con all'interno un personaggio da commedia farsesca. La storia ha anche qualche buco, come il fatto che Foley decida di non usare le registrazioni dell'effrazione al deposito della polizia per convincere Taggart della bontà della sua intuizione; e tutto è la solita parata di sbirri corrotti dove i super buoni si contrappongono ai super cattivi senza che si voglia fare un mistero dei motivi del tutto. Questo perché alla fine quello che conta è la serie di gag e il contorno action.
Murphy ha ancora grinta e il suo solito repertorio di voci buffe e battute sagaci bene o male regge; Foley è ancora simpatico e sebbene nessuno sketch sia davvero memorabile alla fine funzionano tutti. La vera sorpresa è la direzione: affidata ad un regista che fino ad ora ha diretto praticamente solo spot della Apple, la regia riesce a valorizzare i valori produttivi delle sequenze d'azione e persino l'inseguimento in elicottero, che avrebbe potuto essere il tallone d'Achille della messa in scena, funziona per spettacolarità, anche se vien da chiedersi cosa avrebbero tirato fuori Stahelski e Leitch con in mano una sequenza del genere.




Axel F riesce così in una duplice impresa che sembrava persa in partenza, ossia riportare in auge il personaggio e dare un sequel dignitoso all'originale; alla fin fine, è proprio questa quarta avventura, per tardiva che sia, a rappresentare il miglior sequel al cult del 1984.

giovedì 4 luglio 2024

In a Violent Nature

di Chris Nash.

con: Ry Barrett, Andrea Pavlovic, Cameron Love, Reece Presley, Liam Leone, Charlotte Creaghan, Lauren Taylor.

Horror/Sperimentale

Canada 2024


















---CONTIENE SPOILER---

Con un'uscita a sorpresa, qualche tempo fa Stephen King ha esternato la sua volontà di scrivere un racconto legato alla saga di Venerdì 13 dove per la prima volta la storia fosse raccontata totalmente dal punto di vista di Jason. 
Il fatto che l'indiscusso Maestro dell'Horror si interessi al Re dell'Horror di Serie B Mainstream è una cosa curiosa e inaspettata, ma molto meno inaspettata è la volontà di creare un racconto orrorifico dove il punto di vista esclusivo sia quello dell'assassino. Non che esperimenti del genere siano mancati, basti vedere ai due Maniac, in particolare al bel remake di Frank Khalfoun tutto girato in soggettiva, ma nessuno ha mai davvero provato a creare davvero uno slasher dove il punto di vista del mostro non fosse limitato alle soggettive degli omicidi; eppure, quante volte, da spettatori, si è desiderato smetterla di seguire il classico gruppo di teenager arrapati e fumati per avere la vera star del film al centro dell'attenzione?
La risposta a tale desiderio ora è arrivata e si chiama In a Violent Nature. Scritto e diretto dal canadese Chris Nash, esordiente nel lungometraggio, prodotto e distribuito da Shudder principalmente sulla relativa piattaforma streaming, osannato all'ultimo Sundance come "film più disturbante mai concepito" (slogan davvero originale) questo esperimento nato dall'amore verso il filone dei killer mascherati pare fosse stato completato già nel 2021, ma trova effettiva distribuzione solo quest'anno, generando già nelle anteprime forme di entusiasmo soprattutto a causa dell'estrema violenza degli omicidi.



Che cos'è alla fine In a Violent Nature? Semplice: un incrocio tra Venerdì 13 e Elephant di Gus Van Sant, dove come spettatori seguiamo il killer di turno per il tramite di una macchina da presa che lo tampina ritraendolo a figura intera di spalle, solo con i boschi del Canada a sostituire quelli del New Jersey o i corridoi della scuola.
La storia è sempre quella: gruppo di ragazzetti idioti si ritrova a passare la notte in una villetta di montagna. Nelle zone esiste la leggenda di Johnny, in origine bambino portatore di handicap morto decenni prima per mano di un gruppo di operai e boscaioli incaricati dell'opera di gentrificazione del posto, i quali non paghi gli hanno poi anche ucciso il padre che chiedeva giustizia; Johnny sembra tornare in vita di tanto in tanto per uccidere chiunque si avventuri nei boschi e la sua storia viene rievocata dinanzi ad un fuoco come in L'Assassino ti siede accanto. Ovviamente tra i ragazzi c'è l'idiota di turno che ruba il pendente che il padre di Johnny gli aveva regalato come ultimo ricordo della defunta madre, il che lo riporta in vita assetato di sangue.
Johnny è in tutto e per tutto Jason, sia nell'antefatto narrativo, sia nel look, sia nel modus operandi, tanto che il primo omicidio che avviene in scena è praticamente ricalcato sul più celebre di Il Terrore Continua, solo con una sega al posto della cinghia di cuoio. Al punto che se la Paramount o la A24 avessero davvero voluto, ben avrebbero potuto acquistare i diritti del film in fase di pre-produzione e trasformalo in un capitolo ufficiale della serie, all'interno della quale avrebbe certo risaltato come il più originale.




Il modo in cui Nash smonta tutti i trucchi del filone è gustoso: come fa il killer ad avere sempre a portata di tiro le vittime? Semplice, in realtà non le insegue, incappa in loro per puro caso. Come può riuscire sempre a braccarle pur non correndo mai? Ancora più semplice: mentre loro parlano dei loro problemi di cuore e delle loro piccole inimicizie, lui ha tutto il tempo per tendere trappole.
Il gioco cinefilo rende così sopportabili anche le lungaggini evitabili, come tutta la prima parte nella quale Johnny non fa altro che farci capire la sua storia, uccidere il fattone e recuperare armi e maschera. Il problema, semmai, sorge talvolta con le sequenze di omicidi.
La prima, stilizzata con un elisse "artsy" sulla mano del mostro prima pulita e poi insanguinata, è anche la più simpatica, pur non presentando praticamente nessuna forma di gore e quindi alcuna forma di quella creatività nell'uccisione che lo slasher deve avere. La più celebre, ossia quello della ragazza bionda che fa pilates, meriterebbe anche la sua nomea di "scena più scioccante di sempre" grazie all'originalità della costruzione e agli SFX, qui perfetti a differenza che in altre scene, dove i capitali limitati purtroppo sono visibili. Ma come si può restituire quella tensione nell'omicidio, essenziale alla riuscita della scena, riprendendo esclusivamente il punto di vista dell'assassino anziché anche quello della vittima? Sebbene decenni di Giallo Movies dimostrino che sia possibile, a volte non si può davvero ed è qui che In a Violent Nature finisce per mostrare un po' la corda.




Ciò accade in due sequenze cardine, ossia l'uccisione della ragazza al lago e quella del ranger. La prima avviene in modo "spielberghiano", con la ragazza che viene trascinata a fondo da un Johnny subacqueo. Il budget scarno ha impedito a Nash di costruire l'azione dal punto di vista principale, quindi lo sguardo dello spettatore resta praticamente a riva per tutto il tempo. Alla riva opposta, si intende, con un campo lunghissimo che disinnesca ogni forma di suspense in favore di un estetismo fighetto che porta subito alla noia.
La seconda è più complessa. Paralizzato il ranger, Johnny lo trascina in un capanno dove per prima cosa mostra al pubblico gli effetti di una macchina usata per spaccare i ciocchi di legno, poi procede a mozzare un braccio al malcapitato e infine a decapitarlo. Se costruita dal punto di vista della vittima, la scena sarebbe stata ricca di tensione, ribaltando la prospettiva Nash mostra l'ordinarietà di un'azione del genere per il mostro, dal cui punto di vista uccidere è un'attività meccanica; ne consegue una scena intellettualmente corretta e persino interessante, ma per forza di cose incredibilmente noiosa; la quale finisce per riflettere l'esito del film, ossia un'operazione appunto corretta e interessante, ma a tratti del tutto pleonastica e persino inerte.




Nell'ultimo atto, a sorpresa, Nash ribalta le aspettative e riprende il punto di vista della final girl di turno. Cambio di idee? Tradimento della sua stessa poetica? Si, ma solo in parte. Tale svolta ha soprattutto la funzione di esplicitare la duplice natura del film, ossia quello di omaggio e decostruzione dello slasher, ma anche di apologo ecologista.
Nel caso in cui l'immagine della carcassa della volpe uccisa da una trappola a inizio film non fosse abbastanza chiara, l'autore decide di far pronunciare ad un personaggio un intero monologo su come Johnny sia praticamente una forza della natura, un animale la cui furia priva di senso viene innescata da chi viola il suo territorio, da chi porta disordine nell'equilibrio naturale, da quei ragazzetti di città che vanno in campagna per divertirsi senza rispettarla, da cui l'effettivo significato del titolo. Monologo pronunciato da Lauren Taylor, già nel cast de L'Assassino ti siede accanto, in un ruolo che a prima vista potrebbe sembrare quello dell'equivalente di Pamela Voorhees nel primo film e che sancisce parola per parola come In a Violent Nature sia tanto un film su di un killer zombi arrabbiato quanto una parabola sulla natura che si ribella all'uomo.



Tale deriva rende ancora più chiara anche la natura pretenziosa dell'operazione. Certo, la volontà di decostruzione è nobile, il gusto per lo splatter fa comprendere come Nash non disdegni nulla delle radici popolari e pop del filone slasher e l'imitazione certosina con tanto di citazioni della saga di riferimento fa certamente trasparire la volontà di divertire. Ma il ricorso a soluzioni estetiche e visive da cinema d'autore intellettualoide e quel finale didascalico non possono che far pensare ad un cuore hipster pulsante, persino mal celato quando si fa indossare ad uno dei protagonisti un walkman che sarebbe stato obsoleto già negli anni '90.




La duplice anima del film rispecchia così la duplice anima da filmmaker del suo autore: da un lato l'onestà di un prodotto che non si vergogna di essere pop e di contaminare tale sua natura con ventate di cinema autoriale, dall'altra la volontà di sfoggiare riferimenti cinematografici "elevati" per darsi un tono d'autore che in realtà non avrebbe bisogno di citazionismi eruditi o moralucce per ottenere un riconoscimento del genere. Cosicché In a Violent Nature riesce a convincere e divertire, ma anche a tediare, in un intricato intreccio forse figlio della scarsa esperienza.

mercoledì 3 luglio 2024

Il Giorno della Civetta

di Damiano Damiani.

con: Claudia Cardinale, Franco Nero, Lee J.Cobb, Tano Cimarosa, Nehmiah Persoff, Ennio Balbo, Ugo D'Alessio, Fred Coplan, Serge Reggiani.

Italia, Francia 1968

















---CONTIENE SPOILER---

Pubblicato nel 1961, Il Giorno della Civetta è uno dei romanzi italiani più importanti del XX secolo. Importanza dovuta ad un fatto oggi scontato: è stato il primo libro che ha affrontato di petto il problema della mafia, non solo dandone un ritratto realistico e non apologetico o romantico, ma anche e più semplicemente riconoscendone apertamente l'esistenza e l'attività deleteria nel sud Italia, in quella Sicilia in quegli anni culla di organizzazioni criminali che ben presto sconvolgeranno l'intera nazione.
Leonardo Sciascia compie un'operazione in apparenza semplice, che consiste nell'utilizzare un registro di genere per rappresentare una realtà effettiva; in apparenza perché nell'Italia dell'epoca c'era ritrosia a parlare di Cosa Nostra, c'era vergogna nel portare alla luce quelle correnti sotterranee che sorreggevano l'intera società. C'era, in sostanza, una forma di omertà diffusa che portava a riconoscere il fenomeno mafioso come limitato al passato, al brigantaggio che aveva afflitto i primi anni del Regno d'Italia o, al massimo, come proprio della narrativa dei gangster movie americani.
Sciascia, al contrario, tratta in modo diretto dei rapporti tra mafiosi e potenti, tra mafia e politica, ritraendo quasi con aria di sfida una società nella quale la criminalità organizzata è parte integrante della comunità, vera e propria sfera di potere extra-statale, ma intimamente connessa con lo stesso potere dello Stato.




I diritti per un adattamento cinematografico vengono presto venduti dallo scrittore, ma proprio a causa dell'argomento trattato diventano una sorta di patata bollente che passa da produttore a produttore senza che mai nulla di concreto venga effettivamente messo in cantiere.
Nella seconda metà degli anni '60 qualcosa però cambia: dapprima il buon esito di molti dei film del filone politico, poi il buon successo di A Ciascuno il Suo di Petri rendono possibile l'entrata in produzione del film. A curarlo è il duo di produttori Luigi Cimarossa e Ermanno Donati, specializzati in pellicole di genere, specializzati nei "sandaloni" fino a qualche anno prima ancora in voga, e alla regia viene chiamato Damiano Damiani, anche lui artigiano del cinema di genere, ma allo script finisce niente meno che Ugo Pirro, forse proprio a causa della collaborazione con Petri. Come protagonisti, infine, troviamo un duo di divi, ossia Franco Nero e Claudia Cardinale, in modo da assicurarne il successo di cassetta.
L'adattamento de Il Giorno della Civetta vede il buio della sala a partire dal febbraio del 1968 e riscuote ottimi consensi, sdoganando definitivamente il cinema dell'impegno civile come filone di successo; e ad oggi resta un ottimo esempio su come coniugare con efficacia impegno e spettacolo.




L'incipit è nuovamente quello di un giallo: in un paesino vicino Palermo (ricostruito a Partinico), un piccolo imprenditore edile, Colasberna, viene ucciso a colpi di lupara. Il capitano Bellodi (Franco Nero), comandante dei Carabinieri del luogo, indaga sull'accaduto, venendo in contatto con la bellissima Rosa Nicolosi (Claudia Cardinale), la quale abita nei pressi del luogo dell'assassinio e il cui marito è scomparso in circostanze non chiare, oltre che con il boss locale, l'infido e potente don Mariano (Lee J.Cobb).




Proprio come in A Ciascuno il Suo, la soluzione è presto detta, rivelata già all'inizio del secondo atto: a uccidere il malcapitato Colasberna è stato un pregiudicato per conto del boss locale. A Sciscia, così come a Pirro e Damiani, non interessa il gioco del whudunit, quanto la possibilità di ritrarre una data realtà e le dinamiche che essa contiene.
La mafia de Il Giorno della Civetta è nuovamente quella di provincia, ma a fare capolino è ora la figura del boss, del deus ex machina che funge da vero e proprio barone laico, muovendo le fila del paese. Gli interessi in gioco, come ne Le Mani sulla Città, sono quelli del boom edilizio e il film descrive senza filtri la spartizione tra delinquenti degli appalti per la costruzione dei lotti autostradali. Colasberna, la vittima, altri non era che un imprenditore onesto, un uomo che aveva la colpa di aver vinto la gara di appalto senza ricorrere alla corruttela e che si permetteva persino di utilizzare materiali decenti nelle sue costruzioni, oltre ad avere un passato da antifascista attivo durante il Ventennio.




La mafia è così il tessuto connettivo dell'intera società, uno "Stato nello Stato" che dirige le vite dei cittadini decidendone gli esiti e i risvolti umani e materiali. Un entità diffusa e persino priva di centro, dove ad un don locale se ne affianca almeno un'altra decina, così che una volta tolto di mezzo questo sarà un altro a prenderne il posto, come le teste di un'idra; togliere di mezzo è però un eufemismo, visto che la galera viene vista solo di sfuggita dai colpevoli, rimessi subito in libertà. Dopotutto, si tratta pur sempre di uomini di potere legati a doppio filo alla politica locale e nazionale, come quella visita alla sede della DC chiarifica in modo esemplare.
Alla fine della fiera, sono sempre loro ad averla vinta, i mafiosi, i banditi, i veri detentori del potere. Damiani, Sciascia e Pirro non si tirano indietro e arrivano anche a suggerire in modo abbastanza esplicito come sia il sistema democratico a tenere in piedi il malaffare quando Rosa Nicolosi ricorda a don Mariano come abbia sempre votato secondo i suoi comandi.




Il conflitto tra mafia e Stato viene portato in scena in modo efficace con la contrapposizione tra Bellodi e don Mariano, i quali si fissano da un lato all'altro della piazzetta di paese, ai cui lati opposti sorgono la casa del boss e la stazione dei Carabinieri. La loro è una sfida tra onestà e crimine, dove però il confine è labile vista la posizione del mafioso. Un boss al quale gli autori concedono un tocco di onorabilità quando riconosce il valore dell'avversario, etichettandolo come "vero uomo" in contrapposizione ai tanti "quaqquaraquà" che infestano la Sicilia, nel celebre monologo. Un retaggio di un'epoca nella quale la mafia non era ancora diventata stragista, al quale si contrappone la scelta di attori dai tratti davvero "lombrosiani" per interpretare gli altri capi della cosca, i cui volti talvolta sono resi ancora più mostruosi dall'uso del grandangolo per i primi piani.
I volti ripugnanti dei mafiosi vengono giustapposti a quelli incredibilmente belli dell'eroe Franco Nero e della vittima Claudia Cardinale, la cui bellezza tipicamente mediterranea rifulge nei panni di una vedova della lupara, di una donna usata come capro espiatorio e perfino messa la bando dai compaesani poiché l'alibi è dato dalla sua natura di "donnaccia", costruita ad hoc per far assolvere i colpevoli dell'omicidio.
In mezzo a loro, il volto elegante di un Lee J.Cobb perfettamente calato nei panni dell' "uomo d'onore" siculo, unica concessione ad una forma di dignità che gli autori concedono al ritratto mostruoso di Cosa Nostra.




Se la trasposizione del modello e della tematica sciasciana funzionano, la regia di Damiani non riesce talvolta a dare la giusta forma alla narrazione, mancando a tratti di enfasi, come nello stratagemma usato da Bellodi per far credere a Rosa che il marito sia morto o quando i Carabinieri piegano i detenuti con metodi ai limiti del legale. In generale, tutta la narrazione è troppo legata alla struttura da procedural del romanzo, mancando di spazio per far respirare i singoli eventi e di vera inventiva nella costruzione delle scene. 
tuttavia, Damiani riesce lo stesso a tenere sempre alta l'attenzione e a coniugare intrattenimento e impegno, creando così un adattamento davvero degno delle pagine del libro.

lunedì 1 luglio 2024

A Quiet Place- Giorno 1

A Quiet Place: Day One

di Michael Sarnoski.

con: Lupita Nyong'O, Joseph Quinn, Alex Wolff, Djimon Hounsou.

Horror/Catastrofico

Usa, Regno Unito 2024
















La riuscita del dittico di A Quiet Place è tutta dovuta al modo nel quale John Krasinski ha saputo sfruttare quella che è praticamente una gimmick, ossia di fare un film senza dialoghi e dove i personaggi sono braccati da creature attirate dal suono. Nulla di davvero originale, ma eseguito a dovere, tanto che quei due film, tutto sommato piccoli, risultano gustosi esempi di cinema del terrore mainstream con un'anima da B-Movie ben congegnati
Giorno 1 è un prequel che forse non aveva motivo di esistere, questo perché, al di là del motivo classico secondo cui è inutile raccontare una storia il cui finale è scontato, acuisce quello che era il vero difetto del primo film, ossia l'improbabilità della risoluzione, con il punto debole dei mostri chiaro a tutti tranne che agli abitanti di quel mondo.
Fortunatamente il cambio di direzione ha pagato e anche questo antefatto alla fine riesce a convincere.




A prendere il posto di Krasinski, impegnato alla regia del bambinesco If, troviamo Michael Sarnoski, che già era riuscito nel miracolo di creare un film serio con un concept come quello di Pig. La sua forza, lì come qui, è quella di avvicinarsi al cuore emotivo dei personaggi e renderli immediatamente empatici, cosa non scontata visto il fatto che l'aver voluto rendere il centro della narrazione una protagonista malata terminale in cerca di un ultimo afflato di vita ben avrebbe potuto portare ad una forma di perplessità cinica da parte dello spettatore.
La Samira di Lupita Nyng'O è così una protagonista alla quale non interessa sopravvivere agli eventi, ben sapendo che il suo destino è comunque segnato. L'empatia viene data dalla sua volontà di ricercare un afflato di vita prima della fine, così come dalla sua complicità con lo sfortunato Eric di Joseph Quinn riesce a rendere coinvolgente una storia con due protagonisti improbabili e quasi anti-eroici.
Seguiamo così una donna decisa ad ottenere un minimo di vita e un uomo che invece vuole davvero salvarsi; oltre ad un gatto, compagno di Samira, che sostituisce il valore feticistico che gli Americani solitamente riversano sui cani, divenendo tanto una mascotte, quanto un terzo protagonista che finisce persino per guidare la narrazione, in una trovata più riuscita di quanto si possa credere, benché chiunque abbia mai avuto a che fare con un felino non può che meravigliarsi davanti alla sua estrema compostezza.
L'accorgimento, anch'esso non scontato, di usare come protagonisti due personaggi che non compaiono negli altri film finisce per mitigare la prevedibilità del finale, dato che il loro effettivo destino resta ignoto fino all'ultimo minuto.




Con un budget alto, questa volta la spettacolarità si affianca alla tensione. Le immagini dell'invasione, anche se in parte relegate fuori scena, riescono davvero a restituire la scala di un disastro apocalittico. Giorno 1 è così più grande e presenta situazioni anche più complesse rispetto agli altri due film, cosa che finisce per donargli originalità nonostante la sua natura di terzo capitolo.
Originalità che si manifesta anche nel modo in cui tradisce il topos principale della trilogia, ossia il silenzio: qui i dialoghi non mancano, ma sono inseriti a dovere all'interno di una storia nella quale i personaggi devono letteralmente trovare il momento giusto per aprire bocca; cosa che in altri contesti avrebbe influito sull'originalità, ma che in un prequel di una saga del genere non da mai davvero fastidio.




La tensione è invece sempre ben condotta, basandosi sulla suspense data dalla situazione perennemente pericolosa; e per una volta, persino i jump-scare risultano accurati. Il tasso adrenalinico sale grazie alla grandezza delle scene, con l'introduzione dell'elemento catastrofico. Ognuna è condotta con gusto persino quella, sulla carta ridicola, della marcia verso le barche, che culmina con un attacco, riesce a restituire il senso di pericolo, panico e prima ancora della disperazione che porta ad un esito del genere. L'unica scena che avrebbe meritato più spazio e attenzione è quella del nido, che così com'è stata scritta, diretta e montata sembra quasi un inserto pronto ad essere tagliato in caso di necessità.




Per il resto, questo prequel funziona a dovere, non aggiunge praticamente nulla a quanto già visto, ma intrattiene a dovere per la sua durata, concedendo 90 minuti di tensione ben ordita.

venerdì 28 giugno 2024

Lupin III- La Pietra della Saggezza

Rupan Sansei

di Soji Yoshikawa & Yasuo Otsuka.

Animazione/Surreale

Giappone 1978




















Tra le innumerevoli incarnazioni animate del Lupin di Monkey Punch, quella che ha ricevuto più plauso è stata (giustamente) Il Castello di Cagliostro. Eppure, l'esordio alla regia nel lungometraggio del sensei Miyazaki non è certo l'incarnazione più precisa del ladro gentiluomo dalla giacca sgargiante.
Se c'è una trasposizione filmica che ha invece il merito di catturare alla perfezione l'essenza del manga, questa è senza dubbio la prima in assoluto (prima in animazione, ovviamente), quel La Pietra della Saggezza che nel 1978 sancì il passaggio di Lupin III da piccolo fenomeno televisivo a vera e propria icona pop in patria.



La storia della produzione del film è presto detta: a seguito della riscoperta della prima serie animata da parte del pubblico, Tokyo Movie Shinsha mette in cantiere una seconda serie, che resta tutt'oggi la più celebre, ossia quella "con la giacca rossa"; contemporaneamente viene messo in produzione anche un film d'animazione, il primo con protagonista Lupin III, ma non il primo film cinematografico in assoluto per il personaggio, visto che qualche anno prima era uscito La Strana Strategia Psicocinetica, sua prima versione live-action poi divenuta uno scult anche presto dimenticato.
La produzione del film finisce però per protrarsi oltre il dovuto e il motivo è anche imbarazzante: praticamente nessuno degli autori della prima serie è disponibile per ritornare. Miyazaki e Isao Takahata, in particolare, sono alle prese con la produzione del capolavoro televisivo Conan il Ragazzo del Futuro e riusciranno a rimettere le mani sulle avventure del ladro gentiluomo solo qualche anno dopo.




Con le nuove leve tutte impegnate nella produzione della serie tv, il film finisce nelle mani di un gruppo di animatori esterni, guidati dal mitico Yasuo Otsuka come sempre nelle vesti di direttore dell'animazione, ma il cui contributo finisce per estendersi anche alla concezione artistica, divenendo così parte essenziale nella direzione.
Alla regia viene chiamato Soji Yoshikawa, veterano del mitico studio Mushi Production di Osamu Tezuko, mentre alla sceneggiatura c'è Atsushi Yamatoya, che qualche anno prima aveva firmato gli script di alcune delle più celebri pellicole di Seijun Suzuki; e questo collegamento è in realtà essenziale per comprendere il tono del film.
Tono che è praticamente quello del manga, vicinissimo al cinema di genere degli anni  '60 e '70, cosa che giusto qualche anno prima sarebbe stato impossibile: la prima serie televisiva aveva dovuto edulcorare parecchio i toni originali, tanto che il pilot creato come prova di concetto da Miyazaki e soci in origine fu rigettato da TMS perché ritenuto impossibile da trasmettere. Nella seconda metà degli anni '70, quei film oggi definibili come "pulp" dominavano il botteghino nipponico e quel pilot era divenuto automaticamente vendibile, soprattutto in sala. Yoshikawa e Yamatoya riprendono così quanto fatto a inizio decennio e lo espandono, costruendoci attorno una storia strampalata e gustosamente bizzarra.




Lupin III è morto, giustiziato a mezzo impiccagione in Transilvania. Morte che però non convince il mastino Zenigata, che ne viola la tomba (situata in un castello, in una notte buia e tempestosa) per trovarlo vivo e vegeto.
Ritroviamo Zenigata e Lupin in Egitto, dove il ladro, assieme al fido Jigen, discute di questo strano episodio. I due sono sulle tracce di una pietra a prima vista innocua, ma che si rivela essere la mitologica pietra filosofale ("pietra dell'uomo saggio" nella versione italiana). Il furto del mcguffin è nato dalla volontà di Lupin di andare a letto con Fujiko, che le ha commissionato il colpo ovviamente, ma la quale a sua volta lavora per Mamo, un misterioso individuo dai poteri apparentemente divini.




Un Lupin che sembra uscito direttamente dalle pagine del manga, quello de La Pietra della Saggezza; a partire dal design, del tutto simile a quello di Monkey Punch, con le proporzioni sballate e l'estrema espressività dei volti. Ma, ancora più, è la storia ad essere strutturata come una sua classica avventura a fumetti, ossia come una seri di inseguimenti che culminano con un confronto finale con il cattivo di turno. Ogni sequenza è così basata sulla caccia al prezioso, la caccia alla donna, la caccia al ladro. Ogni azione viene poi gonfiata fino all'iperbole, divenendo improbabile, apertamente cartoonesca, come un episodio di Tom & Jerry (non per nulla tra le ispirazioni del manga) con personaggi umanoidi.
La regia fa poi un passo in più a tratti sconfina direttamente nei territori del lisergico, con alcune sequenze altamente visionarie e surreali. Su tutte, è ovviamente quella nella quale Lupin si risveglia nel quartier generale di Mamo ad essere  clamorosamente onirica, con il protagonista che inizia di punto in bianco a viaggiare tra le architetture di Escher e i quadri di De Chirico e Dalì; ma per tutto il film è avvertibile la volontà di creare un'avventura lontana da tutti i canoni di verisimiglianza, vicinissima al gusto surrealista di tanto cinema di genere, sia esso di animazione e non; il che gli dona un'indole altamente originale, prima ancora che gustosa.




La storia, d'altro canto, è quanto di più ordinario possibile, con un supercattivo bondiano intenzionato conquistare il mondo tramite la creazione di una nuova civiltà super-perfetta e Fujiko a ricoprire il ruolo di bella da salvare, per quanto sempre caratterizzata come una femme fatale doppiogiochista. Persino la trovata del doppio Lupin e la correlativa ambiguità sull'identità di quello che fa da protagonista viene liquidata in quattro e quattr'otto, senza darle il giusto peso.  
A far funzionare tutto è quindi, oltre alla messa in scena, la caratterizzazione dei personaggi e le relative dinamiche, davvero accattivanti. Lupin, Jigen e Goemon sono tre amiconi il cui rapporto è quello dell'amicizia virile, tre adulti che tengono l'un l'altro come a dei fratelli; ognuno a modo suo, ovviamente, con Goemon chiuso in sé stesso e che si esprime con aforismi rivolti a criticare la libidine selvaggia di Lupin e Jigen, qui un anarchico convinto, che si oppone al suo rapporto "tossico" con Fujiko, ma è lo stesso sempre pronto a salvarli.
Lupin è qui più libidinoso che mai, mosso praticamente dalla sola voglia di saltare addosso alla prosperosa ladra motociclista; più scanzonato, più esibizionista, ma sempre furbo e pronto a risolvere la situazione, come una sorta di Looney Toon antopomorfo e dedito ai piaceri carnali, un personaggio che, come il villain sottolinea, può essere solo o un dio o un completo idiota baciato dalla fortuna.




Mamo, a sua volta, è una figura simpatica e inquietante, un mostriciattolo geniale dal design dir poco ottimo, ricalcato, come apertamente affermato dagli autori, sul look di Paul Williams ne Il Fantasma del Palcoscenico di De Palma. Il classico villain "bigger than life", che lo script si diverte a gonfiare fino all'iperbole con quel piano di dominazione mondiale che passa attraverso un esercito di cloni delle più grandi personalità della storia umana e un passato misterioso, forse quello di un vero essere divino, forse solo quello di un abilissimo imbroglione, non si sa.




Quel che si sa è che, in barba a tutto, la regia si diverte tantissimo a giocare al rialzo, con situazioni sempre più improbabili, fino a culminare in uno scontro finale dove il tasso il tasso lisergico diventa quasi tangibile.
L'animazione, d'altro canto, soffre di un budget non adeguato. La bellezza e la fluidità che si vedranno in Cagliostro qui non ci sono e il livello è più o meno quello di un buon episodio della serie. Alcune trovate stiliste riescono però a tenere alta l'estetica, la quale non delude davvero mai. L'uso di inserti fotografici è uno di queste, la quale contribuisce a rendere la visione psichedelica, ma anche il modo in cui Yoshikawa costruisce i fotogrammi riesce a trasmettere un senso di grandezza che olbitera le mancanze dell'animazione.
A coronare il tutto ci pensa poi la celebre colonna sonora di Yuji Ohno, che qui crea quei componimenti jazz che diventeranno parte integrante dell'identità del personaggio.




La Pietra della Saggezza non ha certo la raffinatezza de Il Castello di Cagliostro, ma l'estrema vicinanza all'essenza della creatura di Monkey Punch e il suo stile lisergico e scanzonato riescono tutt'oggi a renderne la visione godibile e divertente, ossia ciò che serve per apprezzare davvero le avventure di Lupin III.