venerdì 19 novembre 2021

The French Dispatch

di Wes Anderson.

con: Benicio Del Toro, Owen Wilson, Lyna Khoudri, Steven Park, Timothée Chalamet, Tlda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand, Adrien Brody, Jeffrey Wright, Mathieu Amalric, Tony Revolari, Bob Balaban, Bill Murray, Willem Dafoe, Liev Schrieber, Saoirse Ronan, Henry Winkler, Pois Smith, Christoph Waltz, Cécile de France, Guillaume Galliene, Rupert Friend, Elisabeth Moss, Jason Schwartzman, Fisher Stevens, Griffin Dunne, Anjelica Huston.

Usa, Germania 2021










Il rischio implicito nel cinema di Wes Anderson è che la forma finisca per divorare la sostanza, che l'estetica ricercatissima e riconoscibile obliteri personaggi e trama. Cosa che avveniva in "Il Treno per il Darjeeling" e che a tratti avviene anche in "The French Dispatch". Ma in quest'ultimo caso è davvero un male?


Ambientato nell'immaginaria cittadina francese di Ennui, in un periodo temporale ricompreso tra gli anni '50 e '70, l'ultima fatica Anderson altro non è se non un gigantesco atto d'amore verso il cinema e la cultura francese, verso l'arte astratta e le avanguardie pittoriche del XX secolo, verso la Nouvelle Vague e la controcultura del Maggio (qui Marzo) parigino e verso le atmosfere e l'estetica del polar di Clouzot e Melville. La cornice, in sostanza, lo spiega da sé: tre episodi "e mezzo" che portano in scena altrettanti articoli del French Dispatch, giornale americano sito in Francia che getta uno sguardo alieno sulle vicende più importanti della nazione.


L'arte è forma della follia, ossessione erotica filtrata attraverso uno sguardo deviante a sua volta ricomposto in geometrie fredde, rese ancora più algide da un bianco e nero glaciale. L'artista Rosenthaler (Benicio Del Toro) e la sua algida musa Simone (Léa Seydoux) sono due archetipi "maledetti" della pittura francese del Secondo Dopoguerra, che distrugge ogni parvenza umana per farsi astrazione pura. E se è vero che la vera bellezza è negli occhi di chi osserva, allora il mercante d'arte squinternato Cadazio (Adrien Brody) ha di certo trovato una gallina dalle uova d'oro. Anderson ritrae i personaggi in modo irriverente, come degli idioti a piede libero, ma il suo sguardo non è davvero caustico, quanto divertito e si fa per una volta dinamico nell'uso della camera a mano che infrange le sue famose geometrie per dare forma alla furia. Soprattutto, mette da parte l'uso del colore per usare un bianco e nero profondo, dando un tocco diverso e originale alle immagini.


La Rivoluzione Sessantottina ha il volto di Timothée Chalamet, chiamato "Zeffirelli" per ovvi motivi; e la contestazione viene filtrata attraverso l'occhio maturo di Frances McDormand, la quale non può che rimanere affascinata da quei movimenti sgangherati e confusi, ma la cui indignazione è genuina. L'omaggio a Godard è evidente nell'uso dei colori, con i bianchi intensi giustapposti alle esplosioni dei colori di base, mentre il bianco e nero diventa quello di "Fino all'Ultimo Respiro", con tanto di inquadratura della coppia a letto a fare capolino.


L'indagine culinaria del reporter Roebuck Wright (Jeffrey Wright) diventa un caso di polizia quando il figlio del commissario (Mathieu Amalric) viene rapito da dei facinorosi. Il modello è dato soprattutto da Melville, con un bianco e nero  contrastatissimo e una storia poliziesca condotta però con brio e leggerezza.
Ad Anderson mai come ora interessano le immagini e le parole; la narrazione filmica diviene così un fiume in piena di concetti talvolta antitetici e inconciliabili, come nell'ultimo episodio, ma tenuti sempre insieme da una narrazione ferrea, che non desiste e non conosce veri tempi morti.
Le singole storie ritraggono tutti i topoi del suo cinema, soprattutto il rapporto padre-figlio e la ricerca costante di ispirazione e, pur non raggiungendo la complessità di altre sue opere, restano comunque riuscite, in un'antologia divertita e sentita che incanta e delizia per tutta la sua durata.


L'operazione trova la sua ragione d'essere nella rielaborazione dei topoi narrativi e stilistici; non un semplice omaggio al passato, quanto una sua rilettura personale, che permette al cinema d'autore francese di rifulgere e ad Anderson di provare nuovi concetti e stilemi estetici. Un cinema che è bene o male pura forma, pura estetica messa al servizio delle immagini e delle parole, ossia dei concetti astratti più che al servizio di storia e personaggi. E che, grazie ad una conduzione magistrale e divertente, è totalmente riuscita, per questo quantomai preziosa.

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