venerdì 26 aprile 2024

Perfect Blue

Pâfekuto burû

di Satoshi Kon.

Animazione/Thriller/Psicologico

Giappone 1997
























---CONTIENE SPOILER---

Quando si cerca di pensare ai film anime che più di tutti hanno influenzato l'orizzonte cinematografico, la mente non può che correre subito ai soliti "Ghost in the Shell" e "Akira", visto il forte impatto anche culturale che hanno avuto; eppure, "Perfect Blue" dovrebbe avere un posto speciale in una categoria del genere, visto il modo in cui ha influenzato tanti altri thriller a venire.
Basti vedere come, giusto qualche anno dopo, Darren Aronofsky ne abbia acquistato i diritti solo per "rubarne" un paio di inquadrature da inserire nel suo "Requiem for a Dream" e come sempre lui ne abbia fatto un remake non dichiarato con "Il Cigno Nero".
"Perfect Blue" è praticamente un'opera che a suo modo ha fatto scuola e il cui valore, ancora oggi, viene riconosciuto solo in parte.



Un esordio assoluto per il compianto Satoshi Kon, che prima aveva diretto giusto un episodio della serie OAV tratta da "Le Bizzarre Avventure di JoJo", alla quale aveva lavorato anche come key animator, oltre ad aver assistito Katsuhiro Otomo con la scrittura di "World Apartment Horror" e il bellissimo episodio "Magnetic Rose" dell'antologico "Memories". Esordio alla regia che inizialmente non doveva essere neanche animato: Kon, infatti, decide di portare su schermo l'omonimo romanzo di Yoshikazu Takeuchi come normale live-action, ma il progetto si interrompe a causa della mancanza di fondi.
In suo soccorso arriva così proprio il collega Otomo, che lo mette in contatto con lo studio di animazione Madhouse del trio delle meraviglie Rintaro, Yoshiaki Kawajiri e Osamu Dezaki. Il progetto di adattamento prende così la forma di un lungometraggio anime e il cammino di Kon è segnato nel suo ritornare al medium dell'animazione e al contempo nel divenirne uno degli araldi più riveriti, pur a fronte di una carriera brevissima.
Nella sua opera di adattamento, l'autore decide di allontanarsi in parte dal romanzo e di fare sua la storia, declinandola in modo più intimo, concentrandosi totalmente sulla crisi di identità della sua protagonista Mima Kirigoe e non semplicemente sulla sua persecuzione da parte di un fan ossessivo.
"Perfect Blue" diventa così una sorta di "Persona" declinato (ancora maggiormente) verso l'horror, la storia di una crisi identità di un'aspirante attrice che la porta oltre i limiti della paranoia e dentro una distruzione percettiva totalizzante.



L'input della crisi non viene (almeno inizialmente) dalla confusione tra personalità e ruolo da interpretare, ma si ingenera a causa della pressione psicologica alla quale Mima è sottoposta: idol apprezzata all'interno del trio Cham, decide di cambiare carriera per dimostrare di non essere una semplice bellezza tra palco, ma di avere talento. L'insicurezza causata da questo drastico cambiamento porta un iniziale smarrimento, magnificamente portato in scena dagli stacchi che confondono i paini spazio-temporali.
L'identità viene poi questionata quando un'altra forma di pressione si fa strada, ossia quella dovuta alle aspettative dei fan.




Kon ritrae il mondo dello spettacolo con piglio al solito impietoso e descrive come l'ansia da prestazione degli artisti possa comportare una vera e propria discesa nella pazzia. Mima, di fatto, si dissocia da sé dividendosi in due identità, la vera sé stessa e la sé stessa che crede che il pubblico voglia vedere, perennemente agghindata nel costumino di scena che l'ha resa celebre.
Il tramite di tale dissociazione è per Kon nient'altro che Internet; in anticipo sui tempi anche in questo, ritrae una fanbase "tossica" che vuole imporre ad un'artista ciò che deve fare, sostituendosi ad essa in toto. Da cui il personaggio di Mimania (Mimaniac nella versione italiana), mostruoso stalker la cui personalità viene fagocitata da quello del desiderio.
La idol Mima diventa così una creatura eterea, un'entità incorporea che esiste non solo all'interno della ragazza, ma anche all'interno della psiche di altre persone. Kon non arriva a ritrarre la maschera dell'idol come un essere a sé stante vero e proprio, come un fenomeno che da virtuale arriva ai limiti della realtà, si ferma un passo prima, delineandola come una forma di delirio che accomuna chi riserva aspettative nei confronti della diva, una sorta di transfert che "infetta" altre persone.




Da qui discende quel colpo di scena del terzo atto, ereditato dal romanzo e in parte improbabile, nel quale si scopre come l'altro deus ex machina dei delitti (oltre Mimania) altri non è se non la manager Rumi. Così come Mimania ha riversato sulla ragazza la sua frustrazione sessuale, Rumi vi ha riversato la frustrazione per una carriera sfumata, arrivando non tanto alla manipolazione, quanto ad una forma di sovrapposizione identitaria totalizzante. Che prende le forme, tra le altre cose, anche di un protezionismo ossessivo.
Protezione che si sostanzia tramite la difesa dell'immagine casta della ragazza, di quella sua aura virginale che viene deflorata all'ingresso del mondo della televisione. Sia Rumi che la stessa Mima vivono una dissociazione dovuta al senso di colpa per, letteralmente, essere cresciute, essersi trasformate da pura immagine virtuale dotata di una carnalità anche solo suggerita a vera e propria immagine della sessualità. La scena dello stupro diviene così la chiave di volta con la quale la crisi identitaria si concretizza e il ruolo di Rumi nonché quello di Mimania e della fanbase si sostanzia in quello di un presunto super-io volto a castigare una lascivia negativa solo per via supposta.




La confusione tra identità reale e identità teatrale si sostanzia così nella fusione tra i piani esistenziali. Mima diventa il suo personaggio, il personaggio diventa Mima, le due vite si fondono senza linea di demarcazione alcuna, come avverrà qualche anno dopo anche alla protagonista di "INLAND EMPIRE" di Lynch. E come Lynch, anche Kon si rifà al surrealismo riprendendo lo stratagemma bunelliano dei risvegli, con Mima che confonde realtà. sogno e pura fantasia ritrovandosi costantemente a letto, trovata che avrà fin troppa fortuna in tutti i thriller e gli horror degli anni '00. Qui, Kon sa come dosarla, relegandola all'ultima parte del film e riuscendo a confondere davvero i sensi dello spettatore, che può orientarsi solo a vista in un racconto complesso, ma mai davvero confuso. il quale trova una conclusione perfetta in un epilogo sottilmente ambiguo, nel quale la ritrovata identità della protagonista può non essere quella effettiva, potendo bensì essere una terza "anima" generata a seguito del trauma.




A rivederlo oggi, i limiti produttivi di "Perfect Blue" forse saltano all'occhio più che nel 1997. L'epoca d'oro delle produzioni anime era largamente tramontata e gli studi di animazione non potevano certo contare sui capitali faraonici che venivano loro elargiti nel decennio precedente. La ristrettezza di budget si nota soprattutto nei fondali, decisamente dozzinali rispetto ad altre produzioni cinematografiche Madhouse. Laddove l'animazione brilla è nel dare vita ai movimenti dei personaggi, di una fluidità oggi ancora  incantevole, oltre che nelle loro espressioni vivide.
A rendere la visione eccelsa è poi lo stile di regia di Kon. Di stampo marcatamente cinematografico, si allontana dal mezzo animato per dedicarsi ad una costruzione delle scene figlia di una visione "realistica", dove le inquadrature e i movimenti dei personaggi e della macchina da presa sono basate più sulla ripresa live-action che su quella classica del film animato.
Proprio per tale impostazione di messa in scena, è già da qui che la polemica sull'effettiva necessità dell'animazione inizia a colpire i lavori di Kon. Cosa ha "Perfect Blue" di diverso rispetto ad un normale film "dal vivo"? Nulla ed è anche normale visti i natali di tutta la produzione. Tale critica verrà rivolta anche e soprattutto al successivo "Tokyo Godfathers" e finirà per marchiare l'autore di "pigrizia". E se nel film successivo l'estrema espressività dei personaggi giustifica il ricorso al medium dell'animazione, in questo suo primo film la critica sembrerebbe anche trovare spazio. Se non fosse per un piccolo particolare: "Perfect Blue", alla fin fine, riesce a risaltare proprio a causa della natura di anime.




In un panorama dominato quasi esclusivamente dal fantastico, il lavoro più verosimile di Kon trova una dimensione tutta sua che gli permette di brillare più di quanto avrebbe potuto se fosse stato un canonico thriller con attori in carne e ossa. 
Si potrebbe parlare, di conseguenza, di pura convenienza e forse si avrebbe anche ragione: se "Perfect Blue" fosse stato un semplice j-horror, forse oggi non sarebbe neanche diventato cult. Pur tuttavia, non è solo il lascito a giustificarne la natura animata.
C'è qualcosa di sottilmente inquietante nell'atmosfera che Kon riesce a costruire proprio tramite il mezzo animato e che con la ripresa dal vivo forse non sarebbe riuscito ad ottenere. Al di là delle immagini visionarie che avrebbero richiesto uno sforzo tecnico maggiore, dal vivo le immagini difficilmente sarebbero state così vivide, così espressive anche nel ritrarre personaggi i cui visi sono sempre realistici o ambienti del tutto ordinari. Grazie anche allo stratagemma della patina sfavillante che porta i corpi a generare luce, i fotogrammi di tutto il film raggiungono uno status ipnotico difficile da spiegare. In una ripresa dal vivo, l'uso della patina avrebbe reso la fotografia pacchiana fino all'insopportabile (cosa che avveniva spesso nelle produzioni nipponiche dell'epoca, soprattutto quelle televisive), mentre in animazione tutto porta ad un'estetica sinistra che colpisce i sensi dello spettatore restituendo perfettamente lo smarrimento della protagonista, riuscendo a colpire e convincere come non mai.



A 27 anni dalla sua produzione, "Perfect Blue" è ancora un'esperienza ammaliante. E rivisto oggi, dopo almeno due decenni di thriller psicologici fatti con lo stampino, è curioso vedere come quei cliché fossero già qui presenti, declinati in modo originale ed efficace come non mai.

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