venerdì 27 ottobre 2017

Space Vampires

Lifeforce

di Tobe Hooper.

con: Steven Railsack, Mathilda May, Peter Finch, Patrick Stewart, Frank Finlay, Michael Gothard, Aubrey Morris, Nicholas Ball.

Fantastico/Horror/Catastrofico

Usa, Inghilterra 1985














L'esperienza con il tirannico Spielberg è stata a dir poco deleteria per il povero Tobe Hooper; benché in successive interviste egli stesso specifichi come i lavori sul set di "Poltergeist" siano stati più tranquilli di quanto si possa credere e che lui avesse più controllo di quanto si possa immaginare (maledizione compresa), è chiaro, a giudicare dal prodotto finito, come l'ingerenza di Spielberg sia stata pressoché totale. Ed è inutile continuare a sottolineare come la stessa cosa sia avvenuta, in precedenza, sui set di "Eaten Alive" e "The Dark", abbandonati da Hooper per disperazione. Ma la svolta sarebbe arrivata proprio all'indomani della collaborazione, pur fruttuosa, con il Re Mida di Hollywood; ed aveva la forma della mitica Cannon Films.




La Cannon, ossia croce e delizia di ogni appassionato di B-Movies; capitanata dal dinamico duo di cugini Menahem Golan e Yoram Globus, questa piccola ma integerrima casa di produzione indipendente si era ritagliata un posticino di quasi-prestigio a L.A. negli anni '80, producendo soft-core in costume, horror di serie B, sequel su sequel de "Il Giustiziere della Notte", strampalati action movies con Chuck Norris ed avviando la moda ultratrash dei film con ninja bianchi.
Ma nel 1985, Menahem Golan, vera mente dietro la Cannon e dotato di un'ambizione incredibile, decide di fare il colpaccio: investire i proventi dati dalle piccole produzioni in veri e propri kolossal e pellicole d'autore; ecco dunque Golan portare dalla sua autori del calibro di John Cassavetes, Roberto Rossellini (il quale affermerà in seguito come Golan sia stato il miglior produttore che abbia mai conosciuto) e finanche Jean-Luc Godard, ai quali consente di dirigere le proprie opere in totale autonomia, pur contando su budget ristretti.
Per quel che riguarda le grandi produzioni, la Cannon punta davvero in grande: acquisisce i diritti di sfruttamento del franchise di Superman dai fratelli Salkind, quelli dell'Uomo Ragno dalla Marvel e di "He-Man and the Masters of the Universe" dalla Mattel; in sostanza, la Cannon, a metà degli anni '80, cercava di divenire ciò che la Miramax e la New Line sarebbero diventate nel decennio successivo, ossia un ex casa di produzione di pellicole exploitation evolutasi in major. Purtroppo, nulla andò secondo i piani.
"Superman IV" e "I Dominatori dell'Universo" si rivelarono dei cocentissimi flop al botteghino, anche a causa della pessima gestione del budget da parte del duo di produttori; il che porterà la Cannon al fallimento nei primi anni '90.
Ma per Tobe Hooper, la collaborazione con Golan sarà più che propizia; ottenuto un contratto per tre film, con buoni budget e sopratutto la piena libertà artistica, il compianto autore riesce così a creare quelle che saranno le sue ultime pellicole davvero degne di nota, per un motivo o per l'altro: lo stralunato "The Texas Chainsaw Massacre part II", il nostalgico ma poco riuscito remake di "Invaders from Mars" e, sopratutto e prima di questi, quell'incredibile amalgama di generi e situazioni che è "Lifeforce", vero e proprio "kolossal extravaganza" costato 25 milioni di dollari, una delle produzioni più grandi di tutta la storia della Cannon, che purtroppo si rivela anch'esso come un incredibile flop di cassetta, ma che nel corso degli anni è giustamente riuscito a divenire un'amatissima pellicola di culto.




Affidata la sceneggiatura al compianto Dan O'Bannon, che riprende solo formalmente il romanzo "Space Vampires" di Colin Wilson (benché il titolo italiano possa far pensare ad una trasposizione vera e propria), Hooper si diverte a fondere in poco meno di due ore di film fantascienza classica, fantahorror post "Alien", thriller, poliziesco, horror splatter, reminiscenze sul mito del vampiro ed i B-Movie anni '50 e cinema catastrofico, condendo il tutto con una massiccia dose di erotismo.
La trama escogitata da O'Bannon gli permette infatti di sbizzarrirsi: durante una spedizione spaziale inglese, incaricata di osservare il passaggio della Cometa di Halley, un gruppo di astronauti capitanati dal Colonnello Carlsen (Railsbeck) si imbatte in un misterioso vascello alieno, a bordo del quale rinvengono, ibernate, tre forme di vita umanoidi, dalle fattezze a dir poco sensuali.
Dopo un incidente, lo shuttle di Carlsen torna sulla Terra, portando con sé anche i visitatori; dei tre, la prima a risvegliarsi è la donna, che con il suo aspetto conturbante mesmerizza chiunque le capiti a tiro; sfortunatamente, si tratta di una sorta di "vampiro alieno", una creatura che risucchia le energie vitali dei partner sessuali (anche solo tramite un bacio), che finiscono per divenire dei cadaveri semicoscienti; libera per l'Inghilterra, la "space girl" comincia a mietere vittime; sulle sue tracce si mettono, oltre Carlsen (il quale ha sviluppato con lei una sorta di connessione psichica), anche il colonnello Caine (Firth), gli scienziati Fallada (Finley) e Bukovsky (Gothard) ed il rappresentante del Parlamento sir Heseltine (Morris). La "caccia all'aliena" culmina in un finale catastrofico, con Londra messa a ferro e fuoco dai vampiri spaziali.




Di tutti i "generi" amalgamati, Hooper si rivela perfetto artigiano; l'incipit, da hard sci-fi che poi sconfina nel fantastico, è una sequenza a dir poco visionaria: scenografie che rivaleggiano davvero con le visioni di Scott, dove l'astronave aliena sembra essa stessa un essere vivente, una sorta di mostro gotico venuto dallo spazio profondo, un'entità viva anche se inerte, i cui interni sembrano organici e pulsanti.
L'erotismo, componente essenziale nello sviluppo della trama, è cucito addosso alla bellissima diciannovenne Mathilda May, le cui forme prorompenti graziano l'occhio dello spettatore in ogni singola scena in cui appare; impossibile restare freddi dinanzi alla sua bellezza carnale eppure quasi angelica, un mix perfetto di eros e thanatos che eccita e turba.




Mentre la componente più spiccatamente horror è suddivisa a sua volta in due sottocategorie; nei flashback assistiamo al collasso dell'equipaggio dello shuttle, in una variazione del classico della "casa infestata" come in "Alien", dove però a far da padrone è l'atmosfera onirica e morbosa, data dalla presenza della Space Girl e della sua malia irresistibile, piuttosto che da quella di un mostro sanguinario.
Sulla Terra, l'orrore è quello fisico dei corpi martoriati dall'erotismo cannibale, trasformati in ghoul urlanti che si disintegrano al contatto, animati grazie ad effetti pratici forse troppo ambiziosi per l'epoca, che risultano purtroppo palesemente finti, ma che riescono lo stesso ad incutere una forma di timore grazie al sound design e all'uso, al solito magistrale, che Hooper fa dei jump-scare.





La parte poliziesca, che occupa circa tutta la parte centrale, è affidata totalmente alla maestria del gruppo di attori e consente ad Hooper di confrontarsi con un genere a lungo inseguito; la progressione, pur lineare, porta ad un paio di colpi di scena ben congegnati e sopratutto ad una scena scult, ma lo stesso divertente e riuscita, in cui Steven Railsback copula con Mathilda May... mentre quest'ultima  si trova nel corpo di Patrick Stewart.





E nell'ultimo atto, tutto esplode, in un modo o nell'altro; il grosso budget consente ad Hooper di creare sequenze di distruzione incredibili, graziate anche dai bellissimi effetti ottici, tutt'oggi incredibili. Sfortunatamente, laddove il tocco del regista trionfa, quello di O'Bannon vacilla.
La ripresa di una mitologia gotica e terrena è fuori luogo, inserita a forza nella storia per avere un mezzo di risoluzione, una specie di deus ex machina che viene fuori dal nulla e senza preavviso alcuno, una vera e propria pistola di Chechov che però non appare mai negli atti precedenti. Così come forzato è il colpo di scena riguardante uno dei "buoni", che decide di punto in bianco di tradire tutti, senza peraltro nemmeno riuscire ad incidere in modo significativo sugli eventi. Ancora più fuori luogo è poi il finale, dove la risoluzione di tutto viene affidata ad una rivelazione che, letteralmente, non sta né cielo nè in terra.




Caduta di tono finale che però non toglie un grammo al godimento; Hooper riesce sempre a tenere alta l'asticella dello spettacolo, a rilanciare costantemente con situazioni sempre divertenti, dimostrando una padronanza totale di tutti i registri tirati in gioco. Il suo è una sorta di vero e proprio "trash d'autore", dove l'epiteto è tutto fuorché dispregiativo: come nella letteratura trash delle origini, riprende stili e generi che il cinema mainstream ha quasi del tutto dismesso, per elevarli ad un livello successivo, a puro spettacolo di intrattenimento magnificamente divertente. Prova del suo innato ed innegabile talento.

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