martedì 31 ottobre 2017

Scream- Chi Urla Muore

Scream

di Wes Craven.

con: Neve Campbell, David Arquette, Courtney Cox, Skeet Ulrich, Rose McGowan, Matthew Lilard, Jamie Kennedy, Drew Barrymore, Henry Winkler.

Thriller/Horror/Grottesco

Usa 1996
















---CONTIENE SPOILER---


Negli anni '90, il filone slasher, che tanta fortuna aveva portato nelle casse dei produttori americani, perde definitivamente la sua presa sul pubblico; le lunghe e ripetitive saghe di "Halloween", "Venerdì 13" e "Nightmare" si concludono nei primi anni del decennio a causa del calo di consensi anche economici (solo Michael Myers tornerà un'ultima volta al cinema alla fine del decennio e bisognerà aspettare i primi anni del 2000 per vedere "Freddy vs Jason"), mentre autori ed artigiani del cinema del terrore tentano nuove vie per spaventare il pubblico, nuovi registri e situazioni che, tuttavia, non riescono a rinverdire i fasti del genere.
Ma quel filone ormai dato per morto risorgerà inaspettatamente nella seconda parte della decade, riforgiandosi ad una nuova forma; merito (o forse demerito, visto il lascito successivo) dello sceneggiatore Kevin Williamson e del suo script "Scary Movie", vera e propria dissezione dello slasher che la Miramax fa portare su schermo a Wes Craven. Questi, dal canto suo, era reduce da quel "Vampiro a Brooklyn" con il quale aveva tentato, fallendo, di coniugare commedia ed horror sulla falsariga di quanto fatto dal collega John Landis ed era alla ricerca di un nuovo progetto per rilanciare la sua carriera; il suo lavoro su "New Nightmare" lo rende perfetto per tradurre in immagini le intuizioni di Williamson: nasce così "Scream" (il titolo sarà cambiato all'ultimo momento in sede di distribuzione e quello originale finirà, guarda caso, appioppato ad una parodia, ossia alla parodia della parodia) miscuglio tra satira, omaggio e sovversione di tutti i clichè dello slasher, che finirà inavvertitamente per crearne di nuovi.




Si potrebbe dire, forse suscitando un pò di ilarità, come "Scream" sia, di fatto, il "A' Boute de Souffle" del cinema horror americano: una pellicola cosciente di essere un'opera di finzione, il frutto dell'elaborazione di una mente creativa, per di più ancorata ad una serie di luoghi comuni che devono essere rispettati per la riuscita della storia. La cinefilia diviene mantra quasi ossessivo: le "regole per sopravvivere" ad un horror vengono snocciolate dal personaggio di Randy, il nerd che fa da contronarratore per sottolineare la falsità degli eventi; il numero di citazioni ed omaggi sparsi per tutta la durata del film è impressionante: si parte dal primo omicidio, con il corpo di una giovane donna impiccato e sventrato come in "Suspiria" per arrivare alla fine del secondo atto costruito sulla falsariga del "Halloween" di Carpenter, con Randy che urla a Jamie Lee Curtis di stare attento all'assassino alle spalle, mentre dietro di lui c'è Ghostface, in una specie di riflesso per il tramite dello schermo televisivo; molti i cognomi illustri che vengono dati ai personaggi, come Loomis, o la frase ad effetto "sembra di stare in un film di Wes Carpenter"; gustosi anche gli "easter egg", con una comparsata flash di Linda Blair nei panni di una giornalista e dello stesso Wes Craven nei panni di un bidello chiamato Fred, agghindato come Krueger.




Cinefilia che è pura espressione del decennio in cui "Scream" vede la luce; il cinema americano degli anni '90 riscopre il gusto per quel cinema d'autore e per una messa in scena che fa dell'omaggio e della ripresa di canoni estetici e narrativi propri della New Wave il suo imperativo; numi tutelari di Williamson e Craven sono sicuramente Tarantino e, sopratutto, Kevin Smith, il cui "Clerks" appare come poster e VHS in due scene clou.
Certo, il lavoro dei due autori non è scostante, né ha la sottigliezza, il cuore o l'intelligenza di quelli di Godard, Tarantino o Smith. Ed in parte ciò è dovuto anche alle loro stesse intenzioni, votate a creare una riflessione sul genere tramite un film di genere tout court, che può anche essere visto come un normalissimo thriller a tinte splatter, un perfetto esponente, per certi versi, di quel filone che mette alla berlina. Di fatto, Williamson citerà come fonte di ispirazione non tanto il cinema d'autore europeo o americano (più vicino alla formazione di Craven che alla sua), quanto il lavoro svolto da Tom McLaughlin in "Venerdì 13 Parte VI- Jason Vive", il miglior capitolo della serie, concepito ed eseguito come un perfetto mix di commedia ed horror, dove i personaggi talvolta sfondano la quarta parete, hanno coscienza dei cliché della storia di cui sono protagonisti, ma dove quest'ultima non scade mai nel demenziale vero e proprio, nella parodia comica ironica, restando sempre nei territori del horror vero e proprio, pur se con una fortissima vena satirica.




Un thriller che funziona quasi perfettamente sia per costruzione che per messa in scena; sul piano narrativo, nonostante gli infiniti rimandi ai capisaldi dello slasher, il punto di riferimento effettivo è invece più risalente: il Giallo Movie e, in parte, il thrilling alla Hitchcock.
Palesemente ripresa dal Maestro del Brivido è la trovata di uccidere la star nel prologo: Drew Barrymore, all'epoca fidanzatina d'America e punta di diamante durante la campagna promozionale del film, viene liquidata nei primi dieci minuti, mandando all'aria le certezze dello spettatore.
Dal giallo baviano viene invece ripresa l'idea di un killer che perseguita una bella ragazza tramite il telefono, già vista nell'episodio omonimo del mitico "I Tre Volti della Paura"; e del tutto coerente con la logica del giallo classico è l'enfasi posta sull'identità dell'assassino, celata sino all'ultimo atto.
Craven, dal canto suo, si diverte anch'egli a giocare con i nervi e le aspettative dello spettatore infarcendo tutto con una moltitudine impressionante di finti jump-scare e condendo il tutto con una dose elevata di splatter, anche se la censura ha sforbiciato molto del gore vero e proprio inizialmente presente in molte sequenze.




La ripresa dei classici nella costruzione di storia e narrazione viene poi sconquassata dalla distruzione dei luoghi comuni; al di là della pura metareferenzialità, spesso lasciata ai dialoghi ("Non nel mio film!" urla la protagonista Sidney nel finale), è lo scardinamento dei luoghi comuni a giocare un ruolo essenziale; per prima cosa, il killer non ha una maschera vera e propria: il "Ghostface", poi divenuto icona dell'horror, all'epoca delle riprese altro non era che un comunissimo costume da Halloween già venduto regolarmente nei negozi, usato proprio per la sua estrema banalità, contrapposta alla solita iconicità ricercata nell'estetica dei killer nei canonici slasher.
Divertente è anche il modo in cui la canonica costruzione delle scene negli horror viene parodizzata; al suo primo incontro con il killer, la Sidney, oltre a non spaventarsi inizialmente, sottolinea la stupidità della stessa, affermando quanto sia idiota una scena in cui una bella ragazza inseguita da un assassino decida di restare in casa piuttosto che fuggire all'esterno; salvo, una manciata di secondi dopo, finire anch'ella intrappolata in casa, ricalcare quei luoghi comuni sfottuti fino a poco prima a causa di una serie di eventi imprevisti, come il killer già appostato in casa e la porta d'ingresso bloccata dalla catenella.





Ancora più spiazzante è la caratterizzazione di personaggi e situazioni. I primi sono lontani dai famosi stereotipi anni '80, pur se in parte richiamati per la loro base caratteriale; Sidney, final girl designata, perde la verginità prima del finale, ossia viene privata di quel potere che secondo il cantastorie Randy la renderebbe superiore all'assassino; e nel confronto finale ha un ruolo talmente attivo che la porta persino ad indossare la maschera del killer ed a beffarlo con le sue frasi ad effetto; la giornalista Gale, la stronza d'ordinanza, si rivela deus ex machina essenziale; il vicesceriffo Dewy (Linus nell'ottimo adattamento italiano), esponente dell'autorità, è un incapace impotente; Tatum, la migliore amica (interpretata da una Rose McGowan giovanissima e mozzafiato), solitamente la "troietta" del gruppo, è invece un personaggio agguerrito; il nerd Randy, il cui stereotipo viene solitamente massacrato, riesce invece a sopravvivere al massacro, pur non osservando quelle stesse regole che decanta.
In generale, i caratteri dei ragazzi, siano essi protagonisti o comparse, sono perfettamente ricalcati sul cinismo della generazione X: adolescenti che si eccitano con il sangue, che all'indomani dell'omicidio di una loro compagna si divertono ad ipotizzare il modus operandi del killer e che esultano alla notizia dell'assassinio del preside, interpretato da un inedito Henry Winkler.
Con tali caratteri, il rischio di rendere la vicenda fredda, come un puro e divertito esercizio di stile, era dietro l'angolo; fortunatamente, sia Craven che Williamson, affiancati da un cast perfettamente in parte ed affiatato, riescono a schivare il proiettile: ci si riesce davvero ad affezionare a questo strampalato gruppo di fanatici del horror ed alle loro vicende, persino quando hanno il volto da pazzo di Matthew Lilard.




Ancora più originali sono le singole situazioni escogitate quando entra in scena Ghostface, con le vittime che sbeffeggiano il killer con battute sarcastiche gridate in faccia o con lo stesso assassino spesso preso a calci per ritrovarsi di faccia per terra poco prima di commettere gli omicidi. Così come originale è la trovata di avere due persone dietro la maschera, sorta di sbeffeggio verso il famoso "potere di teletrasporto" che molti assassini degli slasher hanno; o il movente per gli omicidi, in realtà palesemente pretestuoso: Billy ha un motivo anche abbastanza condivisibile per perseguitare la sua ragazza, ma ciò non giustifica l'assassinio degli altri personaggi; mentre Stu è semplicemente un folle, un esaltato che si diverte con il sangue, una sorta di "assassino nato" che permette agli autori di porre al pubblico un interrogativo che all'epoca era scottante: i film dell'orrore possono davvero ispirare le persone alla violenza?
La risposta è un "ni": non è la visione della violenza in sé ad instillare pensieri omicidi; questa rende i folli solo "più creativi"; la violenza, come in "L'Ultima Casa a Sinistra", è un carattere innato nell'essere umano, che non può essere trasmesso tramite la catarsi filmica, solo perfezionata da questa; statuizione che è un vero e proprio dito medio giustamente e trionfalmente alzato verso quei detrattori del genere la cui ossessione perbenista ha causato fin troppi guai a Craven e colleghi. Semplicemente geniale è poi la trovata di far ricoprire il ruolo del "red herring" ad uno dei due assassini, per avere un duplice colpo di scena nel finale.
Gustosamente spiazzante è poi il terzo atto, dove Craven spinge il pedale del grottesco sino ai limiti del paradossale, con i killer in lacrime e la final girl che diviene ella stessa feroce carnefice.




"Scream" riesce nel suo intento dissacratorio e beffardo per un paradosso puro: è una parodia che funziona perfettamente anche come pura pellicola di genere; e di fatto, alla sua uscita saranno davvero in pochi a comprenderne il lato ludico e grottesco.
Con questa nuova coscienza, il filone slasher conoscerà una nuova giovinezza tra la fine degli anni '90 e i primo anni 2000; seconda giovinezza che però non porta ad una nuova stagione d'oro per il cinema dell'orrore americano: tutti i cloni e gli epigoni di "Scream" (compreso quel "So cosa hai fatto" scritto dallo stesso Williamson) non faranno altro che riprenderne la formula e riproporla ad oltranza, finendo per creare nuovi cliché che uccideranno letteralmente il genere. Tutt'oggi, pur con gli sforzi di piccole ma agguerrite case di produzione quali la Blumhouse e di un gruppo di autori dotati, l'horror a stelle e strisce non riesce a raggiungere gli apici qualitativi ed artistici della golden age degli anni'70 e '80, avendo perso quell'intelligenza e quella sensibilità che caratterizzava autori ed opere dell'epoca.
Wes Craven, invece, di qui in poi entrerà nell'ultima fase della sua carriera, la peggiore; non riuscirà più a creare opere all'altezza del suo nome, dirigendo e producendo pellicole di genere a dir poco dimenticabili e fallendo, purtroppo, con l'esperimento de "La Musica del Cuore"; e sempre per paradosso puro, ritroverà in parte la forma perduta dirigendo proprio uno dei seguiti di "Scream", il quarto, approdato nelle sale ben 11 anni dopo il capitolo precedente e, purtroppo, suo ultimo film.

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