venerdì 16 giugno 2023

The Woman King

di Gina Prince-Bythewood.

con: Viola Davis, Lashana Lynch, Thusu Mbedu, John Boyega, Sheila Atim, Hero Fienness Tiffin, Jimmy Odukoya, Masali Baduza, Adreinne Warren, Jayme Lawson, Chioma Antoniette Umeala, Shaina West.

Avventura/Azione

Usa 2022












Il rapporto di Hollywood con la Storia è sempre stato ondivago, per non dire ridicolo. Sin dagli inizi il cinema commerciale (e non) americano ha piegato fatti, situazioni e personaggi reali per meglio servire la narrativa spettacolare, la quale richiede per forza di cose una semplificazione di fatti ed eventi al fine di essere meglio digerita e apprezzata dal grande pubblico. Da sempre, quindi, si è preferito sacrificare la realtà storica in favore dello spettacolo, talvolta con esiti riusciti ("Spartacus", "L'Ultimo Samurai"), talaltra con esiti decisamente più spiazzanti e ridicoli ("Pearl Harbor", "The Conqueror", "Il Patriota").
L'esempio supremo che si può fare in merito è l'ancora oggi indimenticato "Braveheart" di Mel Gibson, dove la vera storia della ribellione scozzese contro la corona inglese nel XIII secolo veniva riletta come un'epica lotta per la libertà contro un popolo oppresso da un tiranno che sembra uscito da un fumetto. Trovata di certo esagerata, ma che non controvertiva i fatti e che ha finito per divenire il paradigma definitivo del rapporto tra spettacolo e cronaca.
In tal senso, "The Woman King" è un film innovativo e epocale, visto che rappresenta un passo in avanti... o indietro a seconda del punto di vista, giacché per la prima volta Hollywood va oltre la mera rilettura apologetica e semplicistica dei fatti per creare una narrazione apertamente revisionista della Storia al fine di creare un prodotto in grado di stuzzicare la pancia di alcune fette di pubblico precise, quello degli Afroamericani, delle femministe e in generale di tutti coloro che si definiscono "woke".
Ovviamente, per comprendere appieno la portata di un tale scempio, bisogna partire dalla realtà storica effettiva così come tramandata da più fonti storiche, comprendendo cosa fosse il regno del Dahomey e quale sia stata davvero la sua guerra contro i coloni francesi.



Non si tratta di una "storia segreta", né di una serie di opinioni di pochi e sparuti storici e storiografi magari politicamente allineati a destra (per non chiamarli razzisti), tantomeno di teorie cospirazionistiche riportate solo in isolati forum di presunti illuminati deliranti, quanto di fatti facilmente reperibili persino su Wikipedia e prima ancora insegnati e tramandati nelle università di tutto il mondo, quindi conoscenza comune basata sulla tradizione e su ricerche antropologiche diffuse, oltre che ovviamente su fonti storiche.
Il popolo del Dahomey (stanziato in una parte del territorio dell'attuale Benin) era il più grande popolo schiavista del continente africano. E già questa verità basterebbe a bollare "The Woman King" come un film sbruffonescamente menzogniero. L'apporto del Dahomey al traffico di schiavi verso le Americhe è stato tra i più grossi di tutta l'Africa (si parla di circa il 20% del totale, il che lo porta al di sopra della media di tutti altri stati e singole tribù impegnati nell'economia schiavista) e i popoli che crearono la nazione del Dahomey (nel 1.600 circa) pare fossero dediti non solo alla schiavitù e al traffico umano, ma anche al massacro gratuito degli schiavi: tra le ricorrenze più importanti rientrava l'omicidio di massa di schiavi e prigionieri rimasti invenduti, ritenuto necessario per provare ai rivali la forza del regno; tra loro c'erano anche criminali, ma tale inclusione non rende questo costume meno disumano, tanto che persino i coloni inorridivano dinanzi ad esso. 
La cosa paradossale è che il Dahomey fu fondato dal popolo dei Fon per emanciparsi da quello degli Oyo e che passò i primi anni della sua esistenza a cercare di scrollarsi dal ruolo di vassallo con la forza, l'unica vera "lotta per la libertà" che abbia mai intrapreso.
L'istituzione delle Mino (o "agojie"), le famose "amazzoni" che tanto colpirono l'immaginario europeo durante il Colonialismo, viene descritta dal film come una sorta di isola progressista all'interno di un tempo ed uno spazio arcaici, a sottolinearne l'inclusivismo, trasformandola in una sorta di bandiera per tutta l'operazione. La realtà, ovviamente, è decisamente più prosaica: stando sempre alle fonti comuni, tale corpo militare non fu fondato per mere ragioni progressiste, ma per pura necessità, a causa dell'alto numero di donne nel regno causato proprio dal numero di schiavi e dalla scarsità di uomini, dovuta alle continue lotte con i popoli limitrofi; in particolare alla lotta di espansione del Dahomey verso oriente, nei territori deegli Oyo.
Il Dahomey, di fatto, oltre ad essere un regno caratterizzato da un'economia basata sul commercio di esseri umani, era anche uno dei regni più feroci di tutto il continente. Oltre gli inumerevoli scontri con gli Oyo, entrò in conflitto anche contro gli stessi colonizzatori per un motivo che gli autori del film hanno bellamente ignorato: nel XIX secolo la tratta di schiavi veniva apertamente perseguita dalle moanrchie europee, ma il Dahomey aveva un'economia nella quale la tratta di schiavi era il pilastro portante; lo scontro con gli Europei avviene in primis con la corona inglese, per un fatto altamente vergognoso: l'assedio della città di Abekouta, fondata da ex schiavi fuggiti dai padroni e che i Fon tentavano di riconquistare, usando come forza martellante proprio le Mino. Fortunatamente in tale battaglia il Dahomey fu sconfitto e il suo regno volgeva al tramonto. L'ultimo colpo fu poi inferto dai Francesi, che lo distrussero definitivamente per poi assorbirlo tra le loro colonie. 



Il progetto di "The Woman King" parte dall'attrice Maria Bello, che decide di dare spazio ad Hollywood alla lotta del popolo africano contro i coloni europei. Intenzione a dir poco encomiabile, che rende la scelta di narrare in tal modo la storia del Dahomey ancora più sconcertante. 
Progetto che resta nel classico limbo produttivo per anni, finché due eventi non convincono TSG e Sony a prenderlo in carico: in primis il successo di "Black Panther", in secondo luogo la vergognosa uccisione di George Floyd e la nascita del movimenti Black Lives Matter. D'un tratto, in pratica, Hollywood scopre l'inclusivismo può non essere una semplice battaglia morale, quanto anche una scusa per portare la gente al cinema. "The Woman King" è il prodotto perfetto in tal senso, parlando di una coraggiosa guerriera africana che difende il suo popolo dalle angherie degli invasori bianchi. E se già l'opera di ribaltamento storico è in sé stessa vomitevole, il tono usato per tutto il film lo rende del tutto insopportabile.




Tono che è quello di un'apologia assolutoria. La natura di schiavisti del popolo del Dahomey viene ammessa, ma trattata in modo ambiguo: si, i Fon erano schiavisti, ma cercavano di superare la dipendenza economica dalla tratta umana e nel finale decidono di diventare i paladini della libertà. I rivali Oyo da ex padroni e popolo minacciato dalle mire espansionistiche dei Fon come avveniva nel XIX secolo, diventano dei supercattivi, dei mostri che ne invadono le terre spalleggiati dai bianchi, cosicché loro divengono vittime di un'aggressione ingiustificata e razzista. La ferocia delle Agojie è così sempre giustificata, mentre ogni forma di effettiva e reale responsabilità morale viene ignorata. Non per nulla, il film si apre con le Mino che attaccano un piccolo avamposto nemico facendone a pezzi gli occupanti, ma poi il film aggiusta subito il tiro dicendo che erano lì per liberare un gruppo di schiavi. 
La menzogna storica è dunque subito ben servita: i Dahomey diventano dei liberatori, un popolo che ha realizzato l'ingiustizia della sottomissione altrui (praticamente dal nulla, tra l'altro) e che si batte contro i veri schiavisti.
Menzogna che poi continua ad essere perorata anche per il tramite dei singoli personaggi.




Altra menzogna riguarda poi la figura di re Ghezo, interpretato da John Boyega. Sovrano che qui viene ritratto come progressista e illuminato, tanto che alla fine rinuncia allo schiavismo e incorona la protagonista Nanisca come "Donna Re" per affiancarlo nel governo della nazione; descrizione che non potrebbe essere più lontana dalla realtà, ovviamente
Ghezo non abolì il commercio di schiavi, anzi ne rafforzò l'uso alleandosi proprio con un occidentale, il portoghese Francisco Felix De Sousa. Un'alleanza florida, visto che il Dahomey prosperò ulteriormente, al punto che De Sousa divenne un vero e proprio idolo del popolo, tanto che ancora oggi è presente una statua in suo onore in Benin. Fu sempre lui a intraprendere una nuova campagna di espansione verso oriente, occupando i territori degli Oyo che non erano stati reclamati dai suoi predecessori. Per di più, espanse anche il commercio di schiavi, portando le razzie del Dahomey verso nuovi territori. Infine, fu proprio lui a cingere d'assedio Abekouta.
E questo oltre al fatto che l'istituto della "donna re" è basato unicamente su di una leggenda del luogo, non esisteva davvero.




Se anche si riuscisse a soprassedere all'opera di revisionismo forzato, "The Woman King" resterebbe un film a dir poco mediocre.
La regia di Gina Prince-Bythewood, già autrice del tutto sommato insulso "The Old Guard", è blanda e priva di inventiva; le scene di battaglia vengono girate nel modo più convenzionale possibile, con il duello dei singoli personaggi che sostituisce sempre lo scontro di massa, come avviene praticamente in tutti i kolossal hollywoodiani dopo la lezione data da Branagh nel suo "Enrico V" e che qui non ha motivo di esistere data la facilità con cui si possono moltiplicare digitalmente le comparse. E anche nelle sequenze dialogiche e drammatiche, manca di polso, facendo scadere il tutto nella noia più pura.




Lo script vergato anche da Maria Bello certo non aiuta, presentando tutti i cliché possibili e immaginabili, tra i quali una storia d'amore "impossibile" (ovviamente solo sulla carta), dialoghi al solito risibili, con gli Africani del XIX secolo che parlano come giovinastri americani del XXI, personaggi tagliati con l'accetta (cosa ovviamente dovuta viste le intenzioni propagandistiche) e una sottotrama su di una recluta delle mino che sembra uscita direttamente da "Top Gun".
Se c'è una cosa buona in tutto questo cumulo di immondizia ideologica e piattezza filmica, è la sola prova di Viola Davis, che intraprende una trasformazione fisica per calarsi nei panni della protagonista Nanisca, stupendo per la sua dedizione. In compenso e a suo contrario, Lashana Lynch caratterizza la sua Izogie come il personaggio di una parodia, scadendo nell'overacting più inutile e urticante.




L'altra menzogna alla base di tutto il progetto, anch'essa rivoltante, inescusabile e solo in apparenza più sottile, riguarda l'essenza stessa del film, il suo essere un'epica contro il Colonialismo in Africa da vendere al pubblico Afroamericano; ci vuole poco però per accorgersi dell'ipocrisia malcelata, data dal fatto che si vende come eroico un popolo responsabile della sofferenza degli antenati di quella stessa gente che dovrebbe adorarlo, dato che molti degli schiavi in Nord America furono vittime delle razzie e delle compravendite perorate proprio dal Dahomey.




Non è forse un caso che "The Woman King" sia arrivato in sala poco prima dell'uscita in streaming di un prodotto analogo, l'altrettanto sconcertante "Queen Cleopatra": se il primo è una revisione storica, il secondo è una vera e propria fan-fiction usata a fini di appropriazione culturale da parte di quella classe di pseudo-intellettuali che puntano costantemente il dito quando sono gli altri ad "impadronirsi" di una cultura altrui. Ed entrambi sono figli della nuova classe creativa di Hollywood, quella del woke sfrontato e ottuso che preferisce la provocazione vacua alla profondità intellettuale, la propaganda politica da discount al racconto efficace, la polemica spicciola al posto dell'empatia. E che qui crea il precedente più pericolo che si possa immagine, il quale si spera resti ignorato e mai ripreso da nessuno.

2 commenti:

  1. A Hollywood sono dei gran para-lecca culi a partire dal rivoltante codice Hays.
    Perbenisti, ipocriti, buonisti sempre schierati dalla parte del potente di turno.
    Solo se che una vola c'era almeno la New Hollywood, la serie b, ecc., ora cosa rimane di alternativo. Boh?

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    1. La A24 e qualche altra piccola realtà produttiva, che danno voce e corpo ad autori e opere che non si allineano all'ipocrisia imperante.;)

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