mercoledì 2 aprile 2025

Mickey 17

di Bong Joon-Ho.

con: Robert Pattinson, Naomi Ackie, Steven Yeun, Patsy Ferran, Mark Ruffalo, Toni Collette, Annamaria Vartolomei.

Fantascienza/Satirico/Grottesco

Usa, Corea del Sud 2025














Poco più di 111 milioni di dollari di incasso a fronte di un budget di circa 119. Mickey 17 è (purtroppo) un flop certificato, che di certo non gioverà alla carriera internazionale di Bong Joon-Ho (anche se fa ben sperare l'ufficializzazione della notizia della sua prossima collaborazione con John Carpenter).
Il perché di questo tonfo, poi, è un mistero, perché sulla carta i numeri c'erano tutti: un regista appena reduce dal suo più grande successo, una star, Robert Pattinson, tra le più genuinamente amate degli ultimi tempi e uno spunto sci-fi che, benché non originale, è comunque intrigante. Senza contare come l'ultima volta che Bong si è confrontato con la narrativa fantascientifica, il risultato è stato il cult Snowpiercer, il quale, pur non avendo fatto numeri da blockbuster, ha saputo conquistare una considerevole fetta di pubblico.


Tonfo la cui causa risiede nella natura stessa nel film. Perché Mickey 17 è forse un'opera persino meno accomodante di Snowpiercer, dove la metafora sullo sfruttamento capitalistico del corpo umano e sugli orrori del colonialismo è totalizzante e dove persino i personaggi positivi hanno una tridimensionalità che può renderli antipatici.
Lo spunto, poi, era già stato declinato da Duncan Jones nello splendido Moon, dove bene o male ritornavano tutti i temi che Bong qui presenta, solo con un pizzico di empatia in più. Ma questo ovviamente non rende Mickey 17 inferiore, solo diverso.
Nel mondo del film, il capitalismo non è più un semplice sistema economico, né una filosofia di vita, è praticamente parte integrante della natura umana: ogni vita serve ad uno scopo, una vita che non può perseguire uno scopo non ha valore. Di conseguenza, una persona può essere tranquillamente annichilita e sostituita con un'altra, a prescindere dalla sua individualità. L'idea di una tecnologia che permetta di ricreare un corpo e di clonare all'infinito una persona affinché questa possa essere sfruttata in modo perpetuo è così una pura concretizzazione di tale tematica.
Ma non è il solo Mickey Barnes ad essere de-individualizzato in questo mondo. Al suo pari, anche il personaggio di Kai alla fine, per la classe dirigente, non è che un corpo da sfruttare per creare la perfetta colonia formata da "individui geneticamente perfetti", a prescindere dalla sua sessualità effettiva e persino dal fatto che possa effettivamente provare un qualche sentimento (il fatto poi che sia interpretata dalla Annamaria Vartolomei di L'événemenet rende il tutto sottilmente ironico).


Laddove il corpo non è che un involucro che diventa strumento di produzione, l'identità diventa concetto flebile. Se già in Moon il carattere del protagonista Sam finiva per essere plasmato e riplasmato dagli eventi (lì i giorni di permanenza/vita sulla colonia) e a prescindere dai suoi ricordi, in Mickey 17 Bong va un passo oltre e inizia a riflettere su come l'identità umana forse sia una questione del tutto circostanziale. 
Il numero 17 è presentato come un sensibile inetto, il numero 18 come uno psicopatico, ma tale differenza caratteriale non è causata da nulla in particolare, se non dagli eventi che li hanno visti protagonisti, con il primo arrivato ad un passo dalla morte laddove il secondo è letteralmente un neonato che ha conosciuto solo l'amore fisico della bella Nasha e la tossicodipendenza.
L'identità (sia essa intesa come coscienza o anima) non può essere copiata poiché non dipende strettamente dai ricordi (18 interpreta in modo differente la morte della madre biologica rispetto a quanto fatto da 17, anche questo elemento che ne sostanzia i caratteri).  Il fatto poi che Pattinson riesca a differenziare questi due opposti in modo tutto sommato sottile, è l'ennesima prova del suo talento.
Persino i personaggi femminili finiscono per adattare i loro caratteri alle singole situazioni: Nasha è forte quando serve, ma dimostra dei lati possessivi che sfoggia solo in determinati contesti, mentre Kai, pur apertamente lesbica, si ritrova naturalmente attratta dalla sensibilità e dalla fragilità di 17.


Sul piano strettamente sociologico, Bong rivolge la colpa della degenerazione ad una classe dirigente che vuole semplicemente cannibalizzare il prossimo, distruggere qualsiasi cosa abbia innanzi pur di saziare un appetito innato. La metafora del cibo diventa così anch'essa mezzo di messa di scena del possesso fisico, con il personaggio dello strozzino seduto a cena mentre osserva una delle sue vittime fatte a pezzi; ma ciò avviene soprattutto tramite i personaggi del senatore Marshall e di sua moglie Ylfa, una coppia che potrebbe davvero vincere il premio di duo di villain più grotteschi e spaventosi degli ultimi anni; laddove lui non è che un Donald Trump ancora più idiota, lei è una moglie il cui filo di intelligenza in più le permette di comandare su tutto e tutti e con l'ossessione di trasformare in cibo ogni singola forma di vita. E se l'accostamento tra un leader politico conservatore para-nazista colonialista e il presidente Usa più imbarazzante di sempre può sembrare facile, la cronaca recente lo rende invece davvero disturbante. Un plauso va poi ovviamente fatto a Toni Collette e Mark Ruffalo, in particolare a quest'ultimo, che dimostra la sua versatilità caratterizzando questo stupido narcisista affamato di possesso in modo differente da quanto fatto in Povere Creature!



Su tali metafore, Bong innesta poi una riflessione sul colonialismo, vera punta di originalità in tutta la narrazione.
Se l'esplorazione spaziale è da sempre vista come un passo importante per l'umano progresso, essa altro non è se non la riproposizione di quei modelli di sottomissione che in passato hanno portato alle tragedie dei genocidi nel continente Americano. Il colonialismo è un ramo del capitalismo, dunque è anch'esso sottomissione e possesso di creature che si ritengono inferiori. La coesistenza con il prossimo necessita dunque la soppressione del meccanismo di sfruttamento reciproco, il quale non può che passare attraverso la rivolta dei sottomessi. Come in Snowpiercer, anche in Mickey 17 la ribellione è un meccanismo necessario alla sopravvivenza, ma qui essa è un fenomeno del tutto naturale, non pilotato ad arte dalla classe dirigente per placare le folle.



Pur in mancanza di veri spunti originali, Mickey 17 funziona sia come semplice racconto fantascientifico che come metafora sociologica. Anzi, forse funziona fin troppo: le analogie sono sempre cristalline, i simboli usati sono sempre perfettamente intelligibili, le svolte della storia, anche quando inaspettate, sono fin troppo coerenti e non spiazzano davvero.
Forse il difetto di Mickey 17 è quello di essere un racconto talmente chiaro da scadere nel pretenzioso, talmente facile da essere didascalico. Un difetto certamente scusabile, tanto che anche il grande pubblico ben farebbe a riscoprirlo.

R.I.P. Val Kilmer

 


1959 - 2025

Nel corso della sua carriera, Val Kilmer si era costruito una delle nomee peggiori di Hollywood, arrivando persino a distruggere qualche carriera a causa del suo egoismo.
Eppure, scorrendo la sua filmografia, non mancano ruoli che ne hanno dimostrato il talento. Facile è prendere ad esempio il suo Jim Morrison nel controverso biopic di Oliver Stone, il quale gli ha permesso di imporsi come interprete completo. Ma nel corso di tutta la sua carriera, non ha mai mancato di dar prova di versatilità e talento. Persino in quel Top Secret!, suo esordio assoluto, dove dimostra una padronanza assoluta dei tempi comici. E' bene dunque ricordarlo per quello che in primis è stato, ossia un attore dalle ottime capacità, purtroppo sottomesse ad un temperamento distruttivo e ad una storia personale tragica.


mercoledì 19 marzo 2025

The Electric State

di Joe & Anthony Russo.

con: Millie Bobby Brown, Chris Pratt, Stanley Tucci, Giancarlo Esposito, Woody Norman, Ke Huy Quan, Woody Harrelson, Jason Alexander, Anthony Mackie.

Fantastico/Avventura

Usa 2025
















---CONTIENE SPOILER---

Con circa 320 milioni di dollari di budget, The Electric State è la produzione Netflix più costosa di sempre. Un budget da kolossal da sala che invece è stato dato ad un prodotto riversato direttamente nella rete dello streaming per chissà per quale ragione. 
Perché, a differenza del quasi coevo Uno Rosso, la megaproduzione della N rossa ha dalla sua dei valori produttivi che quasi ne giustificano la spesa astronomica: questo bizzarro mondo retrofuturistico, uscito dalla penna di Simon Stålenhag, sul piano visivo riesce davvero a convincere. Peccato però che per il resto l'exploit dei fratelli Russo faccia acqua da tutte le parti.


Sono gli anni '90 di un mondo alternativo. Walt Disney ha praticamente inventato dei robot tuttofare, i quali nel corso degli anni si sono evoluti sino all'autocoscienza. La guerra con gli umani, ovviamente, non è tardata ad arrivare. 
In questo contesto, il giovane genio Christopher (Woody Norman) sostiene un test che ne qualifica il QI come fuori dall'ordinario. Anni dopo, a guerra finita, sua sorella Michelle (Millie Bobby Brown) vive i rottami di una vita segnata dal lutto per la perdita dell'intera famiglia, Questo finché uno strano robot non le si presenta in casa dicendo di essere suo fratello. I due iniziano così un viaggio verso la zona nella quale gli automi sono stati confinati, aiutati dal riluttante contrabbandiere Keats (Chris Pratt).



Uno script che (probabilmente come il romanzo che ne è alla base) presenta tutti i luoghi comuni e le annesse ingenuità della tipica narrazione sullo scontro tra uomo e macchina, con in più alcune di inedite.
Ci si chiede come sempre perché gli esseri umani non si limitino a "spegnere" i robot, visto che in questo caso non sono che delle semplici mascotte semoventi. Perché, a guerra, finita, decidano di confinarli tagliando fuori dal mondo una parte degli Stati Uniti, quando ben avrebbero potuto rottamarli. Perché la superiorità bellica umana passi attraverso l'uso dei droni, praticamente degli androidi pilotati da remoto con un visore VR, quando avrebbero potuto imbracciare le stesse armi con le proprie braccia.
Scenario poco credibile che fa il paio con una costruzione della storia che procede di forzatura in forzatura. Si parte con Michelle che impiega letteralmente tre secondi per convincersi che l'automa che le ha invaso caso sia suo fratello, nonostante questi non riesca neanche a parlare. Si continua con un Keats che si unisce al duo praticamente perché si e con una protagonista che prima ammette di non saper guidare un'automobile, ma poi non ha problemi a schiantare un bulldozer contro i nemici. Si arriva ad un finale dove per aumentare il tasso di drammaticità si decide come l'unica soluzione sia quella di uccidere il vero corpo di Christopher, quando sarebbe bastato estromettere il vero villain Ethan Skate, sorta di fusione tra Jeff Bezos e Mark Zuckenberg fautore del sistema di controllo VR del quale il cervello di Christopher è praticamente un mainframe.


Qualche spunto sci-fi intrigante c'è, come appunto l'idea di un cervello umano usato come strumento computazionale e persino l'uso dei droni-soldato, ma il tutto è annacquato da una serie di banalità disarmanti. 
C'è il trito e ritrito discorso su come i veri umani siano coloro che provano empatia verso il prossimo, c'è l'atto d'accusa verso un'umanità che predilige dichiarare guerra ad una minoranza piuttosto che riconoscerne i diritti, ma senza che gli automi diventino mai davvero la metafora di qualcosa di concreto nonostante siano confinati in un deserto dietro un muro (manco i Russo ci credono davvero, evidentemente), c'è persino un timidissimo accenno a come l'abuso della realtà virtuale porti alla disintegrazione dei rapporti umani, ma nulla diventa mai davvero il focus di un film che vuole essere principalmente un'avventura escapista d'antan, da cui il setting ucronico e timidamente nostalgico. Tanto che a tratti sembra di vedere una sorta di Ready Player One che però non crede davvero in quello che fa e che dice. 
Anche nella costruzione del semplice racconto avventuroso, The Electric State fallisce proponendo uno script abbozzato, che procede di spiegazione in spiegazione, con un nuovo personaggio che fa procedere l'esilissima trama ad ogni fermata, in una formula artificiosa e prevedibile.



Il colpo di grazia definitivo lo infligge la direzione dei Russo. Fortunatamente, i tempi di The Grey Man e del dittico su Thanos sono lontani e i due prediligono una messa in scena che non sia fatta solo in postproduzione. Ma la loro regia manca costantemente di tensione e le scene clou proseguono senza che ci siano brividi o vero coinvolgimento: tutto scorre in modo freddo a causa di una costruzione che manca di mordente.
Questo anche a causa dell'estrema blandezza dei personaggi. La Michelle di Millie Bobby Brown è l'abbozzo di uno stereotipo sulla Gen X e, spiace dirlo, lei è fuori parte, visto che pur ad appena 20 anni è fisicamente improbabile come adolescente. Keats è praticamente uno Star Lord che come compagno di avventure ha un robottino anziché un cyberprocione umanoide. Skate è la quintessenza dell'imprenditore malvagio, mentre l'integerrimo sceriffo Bradbury di Giancarlo Espostio il classico gerarca di ferro ma dall'indole incorruttibile, praticamente una parata di figure viste ovunque. E persino quel piccolo automa giallo che si esprime solo tramite frasi pre-registrate non può che riportare alla mente Bumblebee, facendo salire il tasso di vecchiume alle stelle.
Quanto alla spettacolarità, la situazione è complicata. Perché gli effetti speciali risultano davvero convincenti in ogni singola inquadratura, ma le scene d'azione sono sempre rigorosamente dirette con il pilota automatico: non c'è inventiva, non c'è verve, tutto è freddo, quindi nulla risalta, nulla è davvero spettacolare.



The Electric State è così un compitino ben fatto sulla superficie, che tuttavia cela un'incredibile mancanza di idee nel profondo. Un blockbuster che di grande ha praticamente solo i numeri e dove tutto, ma proprio tutto sa di già visto.

venerdì 14 marzo 2025

La Conversazione

The Conversation

di Francis Ford Coppola.

con: Gene Hackman, John Cazale,  Harrison Ford, Cindy Williams, Allen Garfield, Frederic Forrest, Michael Higgins, Teri Garr, Elizabeth MacRae, Robert Duvall.

Drammatico/Thriller

Usa 1974













L'arrivo in sala dell'edizione rimasterizzata de La Conversazione è purtroppo coinciso con la morte di Gene Hackman, le cui tragiche circostanze la rendono ancora più dolorosa. E' però in senso lato una benedizione ricordare la sua memoria con una delle sue performance più solide, una di quelle forse meno citate quando si parla di lui, visto che ai primi posti figurano sempre Il Braccio Violento della Legge e Gli Spietati; ma è di certo nel modo in cui caratterizza Harry Caul che tutto il talento del compianto attore riesce a risaltare, anche se in modo estremamente sottile.



Una pellicola, quella di Coppola, che anch'essa non viene solitamente citata tra le sue opere migliori, venendo sempre surclassata, nella memoria collettiva dal coevo Il Padrino- Parte II, oltre che dai cultissimi Apocaplypse Now e Dracula di Bram Stoker, ma che rappresenta una delle prove più fulgide anche del suo di talento.
Un film che nasce da necessità estrinseche: sono i primi anni '70 e lo scandalo Watergate è lì lì per scoppiare. La diffidenza verso il governo dell'amministrazione Nixon è forte e il cittadino si ritrova a fare i conti con un potere statale che per tutelarsi non esita ad usare la violenza spicciola o anche a  violare la privacy dei singoli, in azioni reminiscenti di quei totalitarismi europei che sembravano aboliti, di sicuro non degne di uno stato di diritto e di una democrazia. 
Quella dell'essere spiato diventa una paura serpeggiante nella società, visto il clima rovente del post-1968, situazione che sempre in quegli anni porta Sam Peckinpah a dirigere il suo Killer Elite e il duo Robert Redford-Sydney Pollack e creare I Tre Giorni del Condor.
Per dare corpo a tali paure, Coppola decide di creare un piccolo film tutto basato sui personaggi. Un film che di certo non avrebbe contato scene spettacolari e che quindi difficilmente uno studio gli avrebbe prodotto. Riesce però a spuntarla con la Paramount quando questa decide di affidargli la regia del sequel de Il Padrino dopo il suo iniziale rifiuto. Eseguiti gli obblighi con il piccolo kolossal, il grande regista ha così mano libera per plasmare un'opera di certo non meno ambiziosa. E il risultato finisce per pagare: La Conversazione non solo è un capolavoro, ma nel 1974 gli è anche valsa la Palma d'Oro a Cannes.


Harry Caul (Hackman) è un affermato esperto di intecettazzioni. Il suo ultimo incarico, affidatagli da un misterioso imprenditore per il tramite di un sinistro intermediario (Harrison Ford) lo ha portato a spiare una coppietta (Cindy Williams e Frederic Forrest). Tuttavia, già quando il mandante inizia ad evitare di incontrarlo, Caul inizia a sospettare come sotto ci sia una storia decisamente più complessa.



Tutti possiamo essere intercettati. Non esiste privacy. Ovunque ci troviamo, sia nella solitudine della nostra abitazione che in una piazza gremita di gente, qualcuno può udire le nostre parole. Se già il pensiero che un organismo statale possa intromettersi nella vita privata è scioccante, ancora più destabilizzante è sapere che ad intromettersi possa essere un privato, ossia chiunque abbia i soldi per ingaggiare un intercettatore.
Caul alla fine non è che un mercenario, un uomo che per denaro distrugge vite, tanto che il suo passato è macchiato del sangue di gente anche innocente, da cui lo stress che affronta nel nuovo lavoro.
Ma La Conversazione non è soltanto un'opera che scandaglia la sensazione della paranoia, quanto in primis un piccolo saggio sulla solitudine, cucito letteralmente addosso al suo protagonista.
Tutta la prima parte è rivolta alla sua descrizione: un uomo che vive isolato in un guscio, una tana interiore simboleggiata dal suo appartamento da scapolo, dal quale si rifugia dal mondo esterno. Un solitario, forse stanco, forse semplicemente disilluso, la cui melanconia è magnificamente sottolineata dalle note di David Shire (cognato di Coppola).
Caul ha una relazione con una giovane donna, la quale ignora tutto di lui. Ha un amico, forse, solo nel collega Stan (il sempre ottimo John Cazale, che anche qui riesce a brillare nonostante lo scarno screen-time). Per il resto, è un uomo che ha paura di esporsi, paura di mostrare la sua umanità al prossimo proprio perché sa che essa può essere oggetto di ricatto.


Quando tenta di aprirsi, nella scena della seduzione con la compianta Teri Garr, Coppola sottolinea le sue frasi con uno splendido movimento di macchina ripetuto tre volte, tre campanelli d'allarme verso un errore che sta per commettere, come rivelerà qualche minuto dopo. Quando qualcuno riesce a violare il sancta sanctorum della sua privacy, nella scena del regalo di compleanno, Coppola lo guarda da lontano, con campi lunghi e panoramiche, praticamente le inquadrature principali usate nel suo appartamento, simbolo del suo distacco. Quando Caul decide di confessarsi, di rivelare a qualcuno qualcosa di se stesso, lo fa solo in sogno, cercando di connettersi con quella che ritiene una sua vittima, in una sequenza onirica nella quale Coppola inizia a sperimentare una messa in scena barocca.
Caul è un introverso, un uomo che vive di rimpianti, non solo quello che male che ha causato, ma anche di quello che potrebbe causare; il suo isolamento è volto ad evitare il dolore. E il suo lavoro, nel quale pur eccelle, è esso stesso fonte di dolore, soprattutto quando si scontra con la sua formazione cattolica.
E' nel dare corpo alla caratterizzazione del personaggio che Hackman risplende: per far risaltare la sua insicurezza e la sua tristezza, usa un approccio minimalista, usando sempre e solo gli sguardi, al massimo qualche piccolo gesto. Non esagera mai nella melodrammaticità neanche quando la scrittura lo richiede e il suo Harry Caul, prima ancora che credibile, è un personaggio che vive grazie ad una sincerità disarmante.


Il tema della paranoia subentra del tutto nella seconda parte e si lega a doppio filo con la caratterizzazione del protagonista. Da qui, Caul entra davvero in crisi al pensiero di poter aver nuovamente causato dolore a qualcuno. Da cui la ricerca ossessiva di un rimedio, solo per poi scoprire come tutto fosse diverso dai suoi sospetti. Il suo sguardo, che pur penetra senza remore nel privato, non è per forza di cose limpido, non è sempre veritiero: per quanto sia il migliore sulla piazza, il suo è pur sempre un punto di vista parziale sulla realtà, che quindi non può essere colta nella sua interezza.
Ribaltando l'assunto iniziale, Coppola anticipa il cinema che l'amico e collega Brian De Palma affronterà davvero con Vestito per Uccidere (benché anticipato già ne Le Due Sorelle) e decostruisce tutto quello che aveva costruito nel corso di tre quarti di film.
Il punto è chiaro: in quanto esseri umani, non possiamo avere fiducia in nulla, neanche nelle nostre sensazioni.
Da cui quel magnifico finale, dove Caul sprofonda nella disperazione paranoica e il suo sancta sanctorum viene fatto a pezzi, simbolo della mancanza totale di certezze nulla sua vita. Se non una: quella della solitudine.




La messa in scena distingue La Conversazione dal classicismo de Il Padrino. Qui Coppola, oltre che nelle sequenze clou, ricerca le inquadrature in modo più metodico, più sofisticato, facendo talvolta del virtuosismo fotografico un topos, come nella bella scena della cabina telefonica. 
Il suo occhio è clinico quando si tratta di dar corpo all'interiorità di Caul, ma sa quando smettere di trattenersi e ricercare soluzioni più azzardate (ancora, la scena del sogno), in un equilibrio di stili che rende la regia qualcosa di incredibile, anche se al contempo incredibilmente sottile, mai davvero del tutto virtuosistica, mai compiaciuta delle soluzioni che adotta. Soprattutto quando fa il paio con la scrittura, che talvolta si fa smaccatamente teatrale, come nella lunga scena madre del festino nel laboratorio, punto di svolta e al contempo centro nevralgico narrativo che viene sviluppato con la semplice interazione dei personaggi, ma portato in scena in modo dinamico, privo delle pastoie proprie del puro teatro filmato.



Proprio il modo in cui Coppola fa convivere tali contrasti rende La Conversazione un'opera unica, un esperimento che riesce perfettamente a coniugare racconto intimista e rappresentazione di ansie sociali, thriller e melodramma, teatro e puro cinema.
Rivisto oggi, poi, questo piccolo-grande capolavoro finisce per imporsi come una visione ammonitrice: cinquant'anni il pensiero che ci fosse un orecchio in ascolto nelle nostre case era paranoico, oggi è una realtà placidamente accettata.

lunedì 3 marzo 2025

Companion

di Drew Hancock.

con: Sophie Thatcher, Jack Quaid, Lukas Gage, Megan Suri, Harvey Guillén, Rupert Friend.

Grottesco/Thriller

Usa 2025














Enrico Melotti è un ricco borghese la cui esistenza è ammorbata dai rapporti con le donne della sua vita, a sua detta troppo volitive e per questo insopportabili. In visita da un amico in America, scopre l'ultimo ritrovato della tecnologia: Caterina, una ginoide in grado di compiere tutte quelle faccende domestiche che una moglie fa solitamente controvoglia, come cucinare, pulire e stirare; e senza lamentarsi, per di più. Entusiasta, decide di comprarne una e il robot inizia a servirlo ossequiosamente nella vita quotidiana. Ma questa macchina creata per soddisfare i bisogni tipici del maschio borghese italiano forse non è solo un comune elettrodomestico dotato di arti, forse ha dei sentimenti umani; fin troppo umani.
Ovviamente questa non è la trama di Companion, ma di Io e Caterina, commedia diretta e interpretata da Alberto Sordi nel 1980. Non di certo il primo film in assoluto a presentare l'idea di un androide che sostituisce la figura della moglie borghese, visto che La Fabbrica delle Mogli è datato 1975 e molto probabilmente ha costituito una fonte di ispirazione diretta per Albertone. Eppure, pensare quanto questo concept sia attuale, quante volte sia stato ripreso e come Io e Caterina risulti ad oggi un film praticamente sconosciuto a tutti è qualcosa di sconcertante.


Companion declina praticamente lo stesso concept, ossia quello di una ginoide nata per essere la compagna perfetta la quale finisce per essere troppo umana, persino più umana di chi serve. Concept che viene usato anche qui a livello metaforico per parlare dei rapporti tra uomo e donna e che arriva inoltre dopo decenni che lo stesso è stato declinato da decine di alte pellicole simili; giusto per citarne due: M3gan e il sottovalutato remake de La Bambola Assassina con Aubrey Plaza e Mark Hamill.
Fortunatamente, Drew Hancock, pur al suo esordio nel lungometraggio, è perfettamente cosciente non solo della mancanza di originalità del soggetto, ma anche di tutte le trappole che la sua lettura metaforica comporta. E con classe riesce a schivarle, trovando tra l'altro nella bellissima Sophie Thatcher una protagonista a dir poco ottima.



La trama è bene o male quella di un horror slasher: Josh (Quaid) e la bellissima fidanzata Iris (la Thatcher) passano il week-end nella villa del ricco amico Sergey (Ruper Friend), assieme alla sua bella amante Kat (Megan Suri) e alla coppia di amici gay Eli (Harvey Guillén) e Patrick (Lukas Gage). Aggredita sessualmente da Sergey, Iris si difende causandone la morte, ma il vero colpo di scena è, appunto, il fatto che lei sia in realtà un androide da compagnia. E che forse dietro questa riunione tra amici ci sia qualcosa di losco...



Il colpo di scena sull'identità di Iris avviene alla fine del primo atto ed è in realtà un peccato che venga svelato nel trailer finale. Se si riguarda infatti il teaser, Companion viene presentato come un mystery su di una relazione tossica, praticamente la tematica portante del film; svelare la vera natura della protagonista finisce con il disinnescare uno shock che avrebbe sicuramente fatto piacere allo spettatore, un pasticcio di marketing fatto di recente anche nel caso di Abigail, dove la natura vampiresca della piccola protagonista, vero colpo di scena portante del film, veniva svelata in tutta la campagna pubblicitaria.
Casino delle agenzie stampa a parte, Companion si fa notare in primis per il fatto che qui il robot assassino non è il carnefice, ma praticamente la vittima. 



La donna è letteralmente un oggetto, un giocattolo da programmare a piacimento impostandone la personalità e il carattere. Un orpello da usare per i propri scopi, sessuali in primis, ma non solo. E qui arriva la reminiscenza di un altro classico italiano dimenticato, ossia I Love You di Marco Ferreri, che già nel 1985 immaginava la donna come un orpello da portarsi in giro.
Companion non circoscrive tale visione alla sola donna, ma al rapporto di coppia in generale. In ogni coppia c'è una parte dominante e una dominata, come nei classici di Rainer Werner Fassbinder. L'evoluzione del personaggio di Iris sta dunque nella presa di coscienza di questa sua subordinazione e nel suo superamento, nella sua emancipazione non in quanto donna, ma in quanto essere umano completo (benché fatto di pelle sintetica e metallo).



Hancock, per l'appunto, sa di non poter circoscrivere il tema della tossicità delle relazioni al solo rapporto uomo/donna. Il mostro del film, ossia Josh, è un manipolatore che per il suo tornaconto manipola chiunque, non solo Iris; ma a sua volta è anch'egli manipolato da Kat, che si rivela anch'ella machiavellica quanto il maschio arrogante e sfigato. Nel mondo di Companion, la cattiveria non è una questione di genere, ma di natura, quindi il discorso risulta più onesto e genuino di quanto visto in tanto cinema finto-impegnato degli ultimi dieci anni.



La metafora, fortunatamente, non divora tutto il racconto, che viene sviluppato come un thriller vero e proprio, concernente le vere intenzioni di Josh e degli altri invitati. Ed è qui che la scrittura di Hancock si fa davvero convincente, intavolando una serie ribaltamenti e colpi di scena che funzionano sempre bene. La sua poca esperienza nel racconto cinematografico vero e proprio semmai si nota solo nell'abuso di scene didascaliche, i famosi "spiegoni" sul funzionamento degli androidi da compagnia, oltre che per l'ovvio uso del foreshadowing, il cliché più abusato nel cinema americano di genere recente, che qui prende praticamente le forme di una pistola di Cechov.



A discapito della mancanza di originalità, Companion riesce a convincere sia come thriller sia come metafora grottesca. Hancock ha la mano ferma e il cast è perfettamente in parte. Su tutti, è la Thatcher che ovviamente fa la parte della leonessa, con un'interpretazione che sa essere tanto empatica quanto sottilmente inquietante; un primo ruolo da protagonista, dopo la gavetta iniziata in tv, che si spera preluda ad una sfolgorante carriera.

venerdì 28 febbraio 2025

Captain America: Brave New World

di Julius Onah.

con: Anthony Mackie, Harrison Ford, Giancarlo Esposito, Tim Blake Nelson, Danny Ramirez, Shira Haas, Xosha Roquermore, Carl Lumbly.

Azione/Thriller

Usa 2025













Ricapitoliamo tutta la storia produttiva di "Captain America: Brave New World".
La produzione inizia ufficialmente a metà del 2021, praticamente subito dopo la pubblicazione dell'episodio finale di The Falcon and the Winter Soldier su Disney+, sotto il titolo di "Captain America: New World Order".
A riprese completate, il test-screening è un disastro, con il pubblico che lo definisce come uno dei peggiori exploit dello MCU. Una prima sessione di riprese aggiuntive per "aggiustare" il prodotto entra quindi subito in produzione, ma al secondo test-screening il risultato non è migliore e nel frattempo il film cambia anche titolo in "Brave New World", con il preciso scopo di non stuzzicare i cospirazionisti perdigiorno. Arriva dunque una terza sessione di riprese, a conclusione della quale viene anche rivelato il primo teaser del film e fissata la data di uscita al 14 Febbraio 2025, circa quattro anni dopo l'inizio della produzione. Nel mentre, un'ulteriore sessione di riprese viene effettuata per cercare di creare un prodotto con un minimo di coerenza.
Una storia produttiva che ricorda quella di Ant-Man, il quale fu scritto in un modo da Edgar Wright, girato in un altro da Peyton Reed dopo il suo licenziamento e montato in un terzo per cercare di rendere il tutto più fluido. Ma se in quel piccolo exploit le tre visioni bene o male riuscivano a mescolarsi, qui la sensazione di guardare un qualcosa di monco è evidente.



Cosa sia rimasto del progetto originario non è chiaro. Alcune voci di corridoio parlano della presenza iniziale di She-Hulk come villain aggiuntiva al fianco del Leader, eliminata sia per il flop della serie omonima, sia per l'effetto ridicolo del suo ruolo nella storia: pare che l'eroina avrebbe dovuto cambiare bandiera solo per, letteralmente, attirare l'attenzione del cugino. Modifica praticamente confermata è invece quella che ha visto i cattivi della Serpent Society, storico gruppo di avversari di Capitan America presenti anche nel film finito; nei piani originari avrebbero dovuto avere dei superpoteri, ma in fase di post-produzione questi sono stati eliminati e il gruppo è stato ridotto ad un misero drappello di anonimi mercenari.
Destino simile è toccato al personaggio di Ruth Bath-Seraph, supereroina di origine israeliana che avrebbe dovuto avere un ruolo di spicco negli eventi, ma che alla fine è poco più di una spalla, ridimensionamento seguito probabilmente alla scoppio della tragedia di Gaza. Quanto al coinvolgimento di Giancarlo Esposito nei panni del villain Sidewinder, leader dei Serpent, alla fine ciò che resta è solo un tizio armato di fucile che compare di tanto in tanto.
E in tutto questo, non si capisce in quale parte della linea temporale dello MCU questa vicenda sia ambientata, visto che non si fa menzione degli eventi di Secret Wars o di The Marvels, forse prima o forse dopo questi e tutti hanno dimenticato il vecchio presidente e la sua guerra agli alieni.



L'operazione di taglia e cuci tra le varie versioni del film ha così portato ad un prodotto che di certo non fa rimpiangere la bruttezza di The Marvels, ma che alla fine è di una blandezza sconcertante: poco meno di due ore dove nulla risalta, la storia è basilare e priva di veri spunti di interesse e l'azione, pur ben congegnata, è piatta.
La cosa più evidente è come tutta la trama manchi di un focus preciso. Tutto dovrebbe essere trainato dalla vendetta del Leader, che finalmente si mostra a quasi vent'anni dal cliffhanger visto ne L'Incredibile Hulk. Una vendetta volta a mostrare al mondo come il suo carceriere Thunderbolt Ross non sia cambiato, sia ancora il "caccia-Hulk" guerrafondaio delle origini e non un presidente preoccupato per il bene dell'intero globo. Una motivazione in realtà evanescente, che riduce ad un semplice scontro di personalità una storia che avrebbe anche ambizioni da fantapolitica e spy-story.
L'eco di The Winter Soldier è forte nella prima parte, dove il mistero sugli agenti dormienti è il traino principale, così come la tematica della collaborazione mondiale per il corretto sfruttamento delle risorse, qui il mitico adamantio, riletto come il materiale di cui è costituito il celestiale nato alla fine di Eternals e ora calcificatosi.
Ma più il film procede, più questa ambizione si va perdendo e il tutto alla fine si appiattisce sulle più che ovvie coordinate di un thriller d'azione. Fino ad arrivare al mid-point, con il disvelamento del villain e la scelta di virare tutto verso l'action scontato.



La cosa strana che emerge da questo montaggio definitivo è come Sam Wilson non abbia nessun peso narrativo. Il vero protagonista è Thunderbolt: suo è il conflitto, suo l'arco caratteriale. E va dato merito a Harrison Ford, ultraottantenne e a sua detta a che fare con un personaggio nel quale si è limitato a fare lo scemo, il quale non si è risparmiato e ha dato comunque una buona performance. Anthony Mackie, d'altro canto, appare talvolta spaesato, probabilmente a causa delle molteplici sessioni di riprese; ma il problema è proprio il personaggio per se stesso, il quale è il classico "eroe che non si sente all'altezza del mentore", praticamente lo Spider-Man di Homecoming, qui riproposto giusto per dare un senso al fatto che sia lui il protagonista; un conflitto che per di più sembrava aver superato alla fine della serie in streaming e che qui ritorna solo perché altrimenti non avrebbe letteralmente nulla da dire. E quando poi questo Cap senza poteri si rialza come se niente fosse dopo aver subito colpi di accetta e d'arma da fuoco, la sospensione dell'incredulità vacilla.
Quanto agli altri personaggi, c'è davvero poco da dire. Il nuovo Falcon, vero e proprio Robin della situazione, è una macchietta. Ruth Seraph è lì giusto per fare numero e la scelta di far interpretare un ex vedova nera e agente di sicurezza supercazzuta a Shira Haas, attrice di un metro e mezzo, genera matte risate. Quanto al Leader è un mcguffin vivente e nulla più, tutte le potenzialità derivanti da un cattivo il cui potere è praticamente quello di predire il futuro vengono evitate per risparmiarsi mal di testa in sede di scrittura (o riscrittura o ri-riscrittura, chissà).



Juluis Onah ha anche diretto The Cloverfield Paradox, ma il suo curriculum è quello di un autore indie; la scelta di affidargli la regia di un blockbuster, inutile cercare di negarlo, è ascrivibile al suo essere afroamericano (evidentemente solo un nero può dirigere un film su di un Cap nero...). La sua volontà di creare scene divertenti è forte, ma paga lo scotto dell'inesperienza: le coreografie sono convincenti, ma la costruzione delle singole scene è ovvia e priva di inventiva. L'unico momento in cui riesce a dare qualcosa di apprezzabile è ovviamente nello scontro finale contro Hulk Rosso, il quale però dura troppo poco per giustificare la visione.
La noia, come da copione, fa capolino, visto la basilarità della storia e la debolezza della messa in scena. Alla fine, più che ad un blockbuster da sala, sembra di stare guardando un semplice special direct-to-streaming: un qualcosa di dignitoso, ma totalmente dimenticabile.

giovedì 27 febbraio 2025

R.I.P. Gene Hackman



1930 - 2025

Benché spentosi alla veneranda età di 95 anni, non si può non vedere la morte di Gene Hackman come prematura, viste le circostanze in cui appare essere avvenuta.
Piccola-grande leggenda di Hollywood, ha attraversato quasi quattro decadi nella Mecca del Cinema, iniziando agli albori della New Wave e ritirandosi a metà degli anni '00.
Il suo era un volto anticonvenzionale, "da caratterista", che lui stesso definiva con ironia "da patata". Ma il suo immane talento gli ha permesso di regalarci alcune performance indimenticabili.



Gangster Story (1967)

Quasi un esordio sul grande schermo, Hackman interpreta Buck Barrow, fratello di Clyde che si unisce a lui e Bonnie nelle loro imprese criminali, in quello che è praticamente il film fondativo della Nuova Hollywood.




Il Braccio Violento della Legge (1971)

Jimmy "Popeye" Doyle, poliziotto integerrimo, ma anche violento e razzista. William Friedkin ricrea da zero il poliziesco e Hackman dà vita al prototipo dello sbirro dai modi spicci, che in questa prima incarnazione è molto più moralmente ambiguo di quanto si possa credere.



L'Avventura del Poseidon (1972)

Forse il miglior esponente del filone "catastrofico" anni '70. Hackman interpreta un reverendo, nella sua performance più fisica.




Lo Spaventapasseri (1973)

In coppia con Al Pacino e per la regia di Jerry Schatzberg; i due divi interpretano due "drifters" che attraversano un 'America mai così amara, in un piccolo capolavoro da riscoprire.



La Conversazione (1974)

Henry Caul è un esperto in intercettazioni che si ritrova invischiato in una storia di tradimenti la quale cela ramificazioni ben più oscure. La paranoia di un "ascoltatore silenzioso" in un capolavoro minimalista nel quale Hackman dona un'interpretazione sottilissima, semplicemente straordinaria, per un ruolo che riprenderà nel 1998 con il bel Nemico Pubblico.




Divenuto una star grazie a pellicole serie e ruoli drammatici, Hackman non volle farsi accreditare sulle locandine del film per non fuorviare il pubblico. In compenso, il suo eremita cieco è protagonista della scena forse più divertente del capolavoro di Mel Brooks.



Bersaglio di Notte (1975)

Collaborando nuovamente con Arthur Penn dopo Gangster Story, Hackman interpreta Harry Moseby, detective la cui passione per le donne lo porta sull'orlo del baratro durante una losca investigazione.



Il Braccio Violento della Legge n°2 (1975)

"Popeye" Doyle in trasferta a Marsiglia con vendetta. Ma questa volta finisce con le spalle al muro, in un sequel meno radicale del capostipite, ma lo stesso favoloso.




Cachet da superstar per il blockbuster dei fratelli Salkind. Hackman stringe una forte amicizia con il regista Richard Donner e con Christopher Reeve, per dare vita ad un Lex Luthor sornione e gigionesco.



Reds (1981)

Di nuovo al fianco dell'amico Warren Beatty, Hackman prende parte al kolossal scomodo sugli eventi della vita di Jack Reed e del Partito Comunista Americano.



Mississippi Burning- Le Radici dell'Odio (1988)

Nel corso degli anni '80 la carriera di Hackman subisce un calo. Ma verso la fine del decennio è protagonista di questa rielaborazione di un infausto caso di cronaca che portò alle prime condanne contro il Ku Klux Klan, in un film di grande successo che iniziò a creare una vera catarsi verso la segregazione razziale in America.



Gli Spietati (1992)

Nel capolavoro del western crepuscolare di Clint Eastwood, Hackman interpreta uno sceriffo anziano, ma dall'indole sadica. Un ruolo nuovamente complesso che il grande attore fa suo e che gli valse persino un Oscar.




Pronti a Morire (1994)

Sam Raimi dirige con gusto ludico uno spaghetti western su invito di Sharon Stone. Hackman interpreta il luciferino villain, una figura paterna dalla cattiveria ineluttabile.




L'Ultimo Appello (1996)

Sam Cayhall è un ex membro di un gruppo neonazista, nel braccio della morte per aver fatto saltare in aria una chiesa piena di fedeli di colore. Ma è davvero lui il responsabile della strage?
Come sempre solido e convincente, Hackman prende parte ad un intenso film per la televisione che all'epoca venne distribuito anche in sala.



Potere Assoluto (1997)

Di nuovo al fianco di Clint Eastwood, Hackman è un presidente degli Stati Uniti fedifrago e assassino, nel suo ruolo più genuinamente inquietante.



Il Colpo (2001)

Scritto e diretto da David Mamet, Hackman interpreta un ladro alle prese con un "colpo grosso", in un meccanismo narrativo talmente preciso da essere stupefacente.




I Tenenbaum (2001)

Nel film che ha dato il via alla carriera di Wes Anderson, Hackman è un patriarca tanto ciarlatano quanto adorabile.



La Giuria (2003)

Nella sua penultima interpretazione, Hackman prende parte ad un ottimo adattamento di un romanzo di John Grisham, nel quale interpreta uno spietato avvocato al soldo della lobby delle armi.